Disumano

Per anni ci hanno messo in guardia dal pericolo dell’era degli umanoidi, quando invece non sarebbe scaturito dal non umano, ma dal disumano. Il pericolo viene dall’uomo la cui umanità resta incagliata negli ingranaggi del meccanismo, non dalla macchina sotto forma umana. Nulla è più pericoloso del disumano, non offre né gioie né lacrime, ma ha cuore e respiro e la memoria della pelle, dispone del linguaggio e può formulare la parola che ci porti via da noi.

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I nomi per chiamare ogni cosa

Dobbiamo tornare a cercare i nomi per chiamare ogni cosa, uno per chi ci passa accanto e un altro per chi resta, parole che già esistono per farci bastare pure l’aria, non servono parole nuove ma serve inceppare il linguaggio macchina dello zero e uno, per il quale ogni sguardo sulle cose sembra definitivo e si pronunciano i nomi del mondo come avessero un prezzo. Ma come le chiamiamo le cose che ci  sostengono invisibili? I poeti ci hanno insegnato il rumore della pioggia, restituito poesia ai punti in cui le gocce sulla finestra bussano e scivolano via.

La custodia del bianco

Non mi riconosco nel vostro uomo
così impetuoso, così vulnerabile,
mi fa paura
– così lontano dalla nostalgia –
voi mi fate paura.
Cosa cerca?
Oscilla tra la tristezza
e la follia
– non è leggera come la nostalgia,
è tempesta.

Piuttosto rassicurante uscire dal sogno
per entrare nella materia,
dimenticare le domande.

Le nostre storie si sono incrociate.
Avete detto
che sarebbe stato un gran giorno,
senza dubbi né paure.

Ma volevo dirvi che ho preso posto
davanti a un foglio bianco,
che ho ancora tante parole,
che sono ancora miei
i giorni.

 

 

 

Consumo ergo sum. L’uomo ai tempi del possesso

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L’uomo che abita il tempo e lo spazio che gli sono propri, si ritrova creatura che abita un dono e vuole custodirlo

Nel tempo di Pasqua la trasfigurazione di ogni risurrezione passa per la conversione dell’uomo. Perché questo sia un passaggio che segni un vero e proprio ritorno alla vita, bisognerebbe ricostruire, in tempi di distruzione del rispetto dell’uomo per se stesso, sulle macerie della compiutezza dell’essere umano; in tempi di consumismo e brama di possesso – messo in ridicolo il senso del mistero – emancipare l’uomo, soggiogato, dalla fila indiana delle devote formichine.
L’uomo ha smarrito la direzione del suo percorso, ontologico ma tutto personale, perché non fa silenzio attorno a sé, ma lascia che il richiamo di troppi idoli suoni docile ronzio nelle orecchie; il vero ascolto, quello che veicola la parola che è veramente parola, è ascolto del silenzio di cui sono cosparsi il tempo e il luogo in cui si vive, spazio che diventa il proprio personale deserto in cui sussurra la parola che salva. L’uomo che abita il tempo e lo spazio che gli sono propri – gli altri sono scenari in cui viene catapultato – si ritrova creatura che abita un dono e vuole custodirlo.
Avremmo dovuto custodire, non consumare la terra, e invece l’abbiamo voracemente dilaniata fino all’osso, e bramosi di possesso per riempire un vuoto che è esistenziale, antropologico, abbiamo spalancato una voragine dentro di noi; e più accumuliamo, dietro la promessa di un desiderio che non si sa quando realizzeremo (presto! recita l’ultimo spot), e più questa voragine si dilata. Mentre restiamo appesi agli appelli mediatici a non demordere, ad andare sempre oltre verso il sogno senza fondo, il confine è già bello che oltrepassato. Totalmente espressi nelle esteriorità, non tratteniamo niente. La pienezza del rapporto con noi stessi e con gli altri è rimandata in favore di un consumo che deve essere invece immediato e necessario.
Invece la Pasqua degli uomini è attesa, perché quando l’esistenza si attraversa correndo spasmodicamente per accalappiarsi più cose e per appigliarsi a più occasioni possibili, è importante restare sospesi su di un’unica scelta – rinascere o continuare a morire.
Ma dove trova l’uomo lo scorcio a cui si presta lo sguardo? Egli può riportarsi lungo la linea del suo tempo e del suo spazio, perché il Vangelo gli indica la via, gli mostra il peso e la misura di ogni cosa. La Parola – ascoltata nel silenzio – parla di una società costruita sulla comunione e non sul possesso. La Parola salta da un ascolto all’altro per unire tutti in una persona compiuta, mentre i caratteri cubitali dei media propongono ossessivamente la figura di un uomo perennemente desideroso di compiersi.
E così anche il linguaggio umano si va consumando, liquefacendosi in immagini, le quali rubano ormai spazio alle parole, che sono sempre più compresse, e ogni giorno è archiviato e zippato in un gesto. Perché la parola d’ordine oggi è brevità, velocità: il matrimonio è breve, il divorzio è breve, il contratto di lavoro è determinato e il permesso di soggiorno è scaduto, e persino i funerali sono rapidi e indolori. Assistiamo ad un comodo (in linea con l’utile tecnologico) accorciamento delle esperienze.

Anche le conquiste non sono che oggetti di consumo, ma la realtà non è l’estensione della nostra volontà

Così ad un uomo sempre più incline a contemplare la propria precarietà, e allo stesso tempo incline a rinunciare alla contemplazione del mistero – il misterioso dell’uomo che lo rende essere capace di libertà e non di brama di possesso – non resta che accumulare oggetti, informazioni, opinioni, polemiche, per consumarli rapidamente e subito ripartire con nuovi accumuli, per giungere a un sapere frammentario, senza radici e stabilità.
L’uomo siffatto è una banderuola suscettibile del primo alito di vento, quando invece costruire secondo la profonda natura dell’uomo è seguire una coscienza salda, sensibile e leggera solo ai sussurri del mistero che indica la scelta.
Ma la Parola è inascoltata. E poi: la Chiesa riesce a parlare ancora all’uomo? Usa parole rivoluzionarie come nel messaggio evangelico, o balbetta solo un moralismo di buoni sentimenti? Parole come politically correct, tolleranza, pace, umanitarismo sono rassicuranti certo, ma sono avvisaglie di un perbenismo moralistico che mette soltanto a tacere il cinismo crescente nella propria coscienza. Passivi fruitori delle mode del momento fuggevole, siamo perennemente alla ricerca di una felicità del domani, futuro e utopia, e in cuor nostro siamo consapevoli e ci disperiamo in questo deserto popolato di oggetti da avere e di conquiste da fare. E l’obiettivo è uno e uno soltanto: perseguire il diritto a essere felici.
Anche le conquiste dunque non sono che oggetti di consumo, perché la società ci considera consumatori da sedurre con l’illusione delle opportunità, facili e immeditate per tutti. E in noi creature fragili e impotenti che si credono semidei, si fanno strada inevitabilmente i sensi di colpa, perché delusi comprendiamo che la realtà non è l’estensione della nostra volontà. Le donne partono alla conquista del maschile, e il maschile si confonde con il femminile; la sessualità conquista il corpo ma non i cuori che procreano; i corpi si consumano chirurgicamente permettendo altri volti, di essere altro dal sé che appare; il sesso diventa una voce nei menù e i figli si acquistano sui cataloghi, perché fare figli è espressione di libertà. Se sono tutti oggetti, è nostro diritto possederli. È l’homo consumens di Zygmunt Bauman, immerso nello “sciame inquieto dei consumatori”, che aspira alla gratificazione dei desideri quando è legittimo il possesso anche della libertà, in una follia in cui tutto è possibile e lecito. Tutto giustificato con una buona dose di sentimentalismo legato all’altisonanza della parola “Libertà”.
E così anche la morte va posseduta, va consumata, la morte si compra, si gestisce, si oggettivizza in un atto giudiziario. La morte appartiene ormai agli uomini, i quali consumano il mistero per conoscere il dove, il come e il quando, e Dio non può che stare a guardare. Ma se la società del consumo e del possesso è devota alla necrofilia come creatura oscura fin dalla notte dei tempi, allora l’antidoto è la vita, è rivivere, rinascere, l’antidoto è la Pasqua. Se questa è una società contabile, in cui tutto quello che non rende va eliminato, in cui o consumi o vieni consumato, allora l’antidoto è trovare un senso nel donarsi e nella gratuità. Il senso della Pasqua.