Disumano

Per anni ci hanno messo in guardia dal pericolo dell’era degli umanoidi, quando invece non sarebbe scaturito dal non umano, ma dal disumano. Il pericolo viene dall’uomo la cui umanità resta incagliata negli ingranaggi del meccanismo, non dalla macchina sotto forma umana. Nulla è più pericoloso del disumano, non offre né gioie né lacrime, ma ha cuore e respiro e la memoria della pelle, dispone del linguaggio e può formulare la parola che ci porti via da noi.

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Con gli occhi di Prometeo

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Un saggio dello studioso Massimo Iiritano ripercorre l’idea dell’essenza dell’uomo come libertà tragica alla luce di una lettura originale dell’opera di Eschilo

In un momento come quello attuale di intrattenimento postindustriale, in cui il parlare intorno all’uomo e alla sua verità si fa problematico e urgente, ben vengano i tentativi di ripensarlo – in sangue e memoria, nell’urlo alla vita – soprattutto quando questi percorsi muovono dal fascino della letteratura classica, per giungere poi a qualcosa di maggiormente rispondente al senso dell’uomo stesso.
Secondo la linea dunque di un cammino impervio ma necessario, il saggio Il dono di Prometeo. Varcare i sentieri dell’impossibile, tentare l’ultima soglia contiene riflessioni e spunti importanti, un libro da considerare quasi di rottura, nel tempo della rabbia cieca e del progresso prêt-à-porter, per i suoi tentativi prometeici di sollecitare il pensiero ad aprire varchi, a pensare dentro questi giorni di consolidata e inarrestabile tecnica, di ripensare l’uomo dicevamo, la sua incerta esistenza, il suo tentare l’impossibile, là dove la grazia finalmente sfavilli sollevando il velo. Perché quest’uomo sia sempre più simile all’uomo.
Il libro di Massimo Iiritano, docente di ruolo e dottore di ricerca in Filosofia della religione, autore di diversi lavori che si propongono di promuovere la riflessione su tematiche fondamentali e attuali concernenti la dignità e il senso della vita umana, è un preciso excursus filosofico che prende le mosse da un passo della tragedia di Eschilo, Prometeo incatenato, per arrivare a trattare il tema umano fin troppo umano di trovare un appiglio che non sia illusorio nel bel mezzo di questa tragedia chiamata esistenza. Il senso di Prometeo per l’uomo: l’invito è di guardare con gli occhi di Prometeo, di dotarsi della capacità di abbandonare la cieca speranza di poter sottrarsi alla morte, perché le inquietudini ci rendono ancora degni di disporci uomini fra gli uomini.
Galeotto fu quel passo della tragedia eschilea. Prometeo è il titano che ruba il fuoco a Zeus per offrirlo agli uomini, uno stridore tra gli dei, dio che per il sostegno agli effimeri viene sottoposto a un castigo doloroso, incatenato a una roccia al centro della terra, dove profondità abissali lo avvolgono dalle spalle al ventre. Ma lo studioso nota che, anche grazie al contributo della traduttrice e sua collaboratrice Luna Renda, prima ancora del fuoco, Prometeo dona agli uomini le speranze cieche di eludere il timore della morte. Trombe del giudizio suonano perché ogni cosa al mondo si prepari ora al miracolo. Prima delle arti, del fuoco che simboleggia il progresso e che prepara il cammino – illusoria anche questa vanità, va da sé – che allontani l’uomo da quella idea della fine imminente a ogni piè sospinto, il titano dà la possibilità ai mortali di prender parte con coraggio a un’esistenza finalmente libera di abitare il mondo in maniera imperitura. Il deserto fiorisce, e l’uomo raccoglie le energie che parevano sotterrate, erano semi e crea e tutto cresce intorno.
Ecco, allora, guardare con gli occhi di Prometeo è un opportuno scrutare la condizione umana con la consapevolezza del senso effimero del nostro essere al mondo, eppure, e da qui il paradosso sviscerato tra le pagine, noi effimeri saremmo rimasti al di qua dello slancio creativo senza quel dono propedeutico al fuoco; la cieca speranza, graffio e gloria insieme, ossimoro che libera dalla certezza di morire. Infatti cosa si può mai creare e costruire se tutto attorno perisce; questo reticolo di arterie chiamato uomo crea dal momento in cui si sente immortale, anche se tutto è vano, è esile, sottile ramo sradicato.

Il desiderio alla fine è di scivolare profondo fino al prossimo appiglio, senza mai arrivare

Ma si spinge sempre oltre l’uomo dietro l’incedere di un’idea di perfezione, fino alla tentazione di autofondarsi, dentro gli ingranaggi della tecnica, impulso dopo impulso fino al suggello dissacrante di voler farsi Dio. E qui come non leggere un riferimento ai temi cruciali della manipolazione genetica, della riproduzione assistita, agli interrogativi urgenti sulle conseguenze sociali della scienza, del postumano, “l’uomo è qualcosa che deve essere superato” diceva Nietzsche, ed ecco come d’incanto da quell’illusione di fuggire la morte fiorisce la tecnica, ma questa poi svela alla fine un tripudio di gloria pure illusorio, che ci ferisce e inchioda al disumano.
Da qui l’appello a ovattare l’urto, ricorrendo al pensiero di filosofi importanti come Søren Kierkegaard, Sergio Quinzio, Massimo Cacciari e Sergio Givone, solo per citarne alcuni presenti nel testo, a restare aggrappati con le unghie del pensiero critico per scorgere la grazia dolente dell’esistere da umani.  Ma i filosofi non bastano, la letteratura arriva in soccorso con il suo volto almeno apparentemente più radioso; come nella lezione di Dostoevskij, e la graziosa apocalisse che mettono in conto i personaggi dei suoi romanzi, pronti a inscenare la deriva dell’uomo che si fa Dio di se stesso, che ha finito per perdere la propria essenza, il tappeto dei suoi passi, il legame con la trascendenza, quando la cometa s’allontana, s’allontana Dio. O ancora il poeta Thomas Eliot, che rivela una sua particolare capacità di visione, dalla finestra di una solida casa da semplice uomo, semplice nel senso di fondamentale, alla maniera di Prometeo indossa uno sguardo – poetico in questo caso – sulla verità che si irradia a tratti, ma senza menzogne né illusioni.
Così gli dei della postmodernità lanciano una sfida al titano amico dei mortali, e a raccoglierla troviamo anche Sergio Givone, filosofo cattolico tra i più importanti, con il peso lieve del suo pensiero tragico, nave carica di possibilità prometeica nel sostenere lo sguardo del nulla, a uno uno milioni di occhi tesi a sopportare la contraddizione, perché va osservando quello sguardo la realtà tragica della nostra esistenza senza eludere le inquietudini della domanda, questa libertà della sospensione in cui l’umiltà del disperato crea, in cui si aggira Dio stesso.
E poi c’è ancora la sfida di Massimo Cacciari nel proporre un significato perduto di fides che guardi all’impossibile, alla possibilità dello scandalo che la fede più autentica porta con sé, per varcare e non attraversare il tempo, davanti a un Assoluto che si fa carne, a un Dio che si fa uomo, per guardare e sempre guardare al proprio destino umano di finitezza con gli occhi di Prometeo. Sono molecole teoretiche che s’infilano nella trama di una narrazione filosofica, foglie dello stesso albero sulla sponda. Un pensiero consolidato che si eleva verso il cielo trascinando la pietra.
Il desiderio alla fine è di scivolare profondo fino al prossimo appiglio, senza mai arrivare, stringersi nella morsa del salto, restando sospesi alla soglia di un abisso, con la fede attraversarla senza superarla quella soglia, la salvezza sta nel sogno che si attorciglia nel meccanismo dell’anima. Perché la salvezza è frutto di fede e non di conoscenza, la conoscenza è effimera come lo slancio utopico della modernità, come questi giorni qua umani poco umani.

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MASSIMO IIRITANO
Il dono di Prometeo.
Varcare i sentieri dell’impossibile, tentare l’ultima soglia
Diogene Multimedia
Collana: Filosofia del presente
2017, pp. 115
22,00 euro