Stralci da “Baco da sera”

Intanto finisco questo giro di giostra
con lo sguardo più fragile che posso,
mentre noi ci guardiamo
un momento,
nel sole,
un momento
come un segno di matita.

 

da La finestra sull’alba, in “Baco da sera” (Controluna – Edizioni di Poesia –)

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“Baco da sera”, la mia raccolta poetica

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“Baco da sera” è una raccolta poetica, pubblicata da Controluna – Edizioni di Poesia ( la casa editrice di Poesia del Gruppo Editoriale Il seme Bianco, che fa capo all’editore Michele Caccamo, stimato scrittore e poeta).
La silloge raccoglie anni di ispirazione, componimenti essenziali per la maggior parte, con cui ho cercato di offrire un’immagine discreta e contenuta del mio modo di osservare le cose di questo mondo. Frangenti di immagini a volte, in cui ogni parola, nella sua consistenza presente di significato, tenta di restituire l’incontro completo tra i miei ricordi e una ricerca di immersione nel sogno. È un po’ il gioco della poesia, riportare il mondo a uno stato di meraviglia, per farne quello che l’esperienza e la vita faticano a elaborare, percependo le ferite e le gioie come bellezza. Anche quando i versi risultano ambientati in un tempo senza tempo, in un luogo altro, anche con questo senso di vaghezza, dentro un linguaggio ermetico, ho tentato di appartenere agli ascoltatori nella scelta delle atmosfere e nella dolcezza dei suoni.
Torno così al mio amore di sempre, alla poesia, il luogo da dove tutto è partito, e chi ha avuto modo di leggere il mio romanzo “Collezioni di cielo” si sarà accorto dello stesso sguardo adottato sulle persone e le cose, tutto sembra avere origine da qui, dalle parole e il linguaggio che dietro quello sguardo domandano di essere usate. E cosa sia la poesia è qualcosa che mi domando da sempre. Un percorso di svelamento comunque.

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Infinitesimali versi

La nuova raccolta poetica del poeta e critico letterario Antonio Iacopetta

Con Molecole la marginalità esistenziale e appena ricercata di Antonio Iacopetta si esprime con un linguaggio che presenta tratti molto particolari rispetto alla poesia codificata, con il suo procedere nel rifiuto della punteggiatura, con una disposizione delle parole che fa del suo autore uno sperimentatore, per necessità; il nodo problematico che segna l’esistenza del poeta non riesce a scovare delle rispondenze ‒ quelle corrispondenze nel bel mezzo di una foresta di simboli, direbbe Baudelaire ‒ che gli concedano di testimoniare un legame con i suoi luoghi e con il suo tutto intorno.
Questo stato di cose genera il fuoco della sua poesia, in cui i temi sono quelli di sempre, i suoi compagni di strada, l’uomo i ricordi e l’attuale scena impazzita in cui quest’uomo interagisce o non interagisce più. In effetti la vita è folle, contraddice e dona, si fa prigione e canto, e la maggior parte di coloro che indossano lo sguardo da poeti restano sulla soglia di casa, annusando rintanati il giusto modo di fare poesia.

infinitesimali questi versi, come molecole formano un corpo poetico di leggerezza e profondità

Anche Iacopetta arreda questo vuoto dentro e raccoglie giubilo per motivi noti solo a lui, muovendosi leggero eppure in grado di incidere fino ad attraversare il foglio, ricorre all’ironia e sfiora a volte il nonsense per restituire delle cose ciò che chiaramente viene impedito di vedere. Molecole è un calderone di stupore per tutto quello che va incontro a un poeta non più giovane, ma che sa ancora giocare con le foglie e con il pensiero più insostenibile che ci sia, l’eternità, che è come una strada senza uscita per guardare le stelle e lui un orfano che tamburella i portoni per ritrovare la via di casa.
Non ci sono altri motivi per passare un tempo tanto irragionevole con la poesia che leggerne l’incarnazione stessa, anche se infinitesimali tante molecole formano comunque un corpo.

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ANTONIO IACOPETTA
Molecole
prefazione di Luigi Reina
Editore: Talos
Collana: Tamiri (poesie)
2017, 92 pag.
10,00 euro

Un tuffo nella luce

Una nuova silloge poetica di Gregorio Fiozzo

Per raccontare l’amore puro, quello che va oltre la notte, l’amore per la vita, bisogna raccontare in versi i sentimenti senza tralasciare il sogno e l’amaro, il tramonto così com’è ancora appeso alla luce, il varco appena buio dettato da momenti di nostalgia, con quella levità a cui solo il chiaroscuro che sfuma riesce a tenere il passo, con quella semplicità a cui solo le poesie più delicate sanno appellarsi.
In Luce della luna, Gregorio Fiozzo coglie di questi attimi fuggiti al presente un modo tutto proprio di raccontarsi il reale, in un momento sociale di giorni senza redenzione per i romantici cantastorie della sacralità. Quelli come lui scorgono luce tutto intorno, dotandola di un senso che possa custodire la coscienza non ancora repressa, ripercorrendo in versi, parola dopo parola, la speranza che è propria della poesia, fatta di preghiere eterne quanto di motivi quotidiani.

nostalgia dettata dal tempo sabbioso, che sfugge tra le dita di chi scrive, che raschia la voce di chi canta

Il tema principale anche in questa silloge, l’ennesima di un autore instancabile – e perché mai dovrebbe esaurirsi questo afflato umano? – è ancora l’amore, per una donna, per gli altri, per la propria terra, amata terra, per Dio e per ogni gesto che lo ricordi, per il proprio cammino di cui tanto l’autore desidera condividerne gli inciampi e gli scatti, i tonfi e le attese, le impronte in ricordi.
Poesie quasi mai ermetiche, intense e immediate, brevi come spunti emozionali, sorrisi appena accennati, musicali e fuggevoli, che restituiscono chiare visioni di quella nostalgia dettata dal tempo sabbioso, che sfugge tra le dita di chi scrive, che raschia la voce di chi canta persa nell’eco di un futuro migliore. È questa la luce di cui scrive e canta Gregorio Fiozzo, quella che rischiara tutto attorno di speranza e volontà, armata di gioia e malinconia, perché mai inerme se ne sta la poesia di fronte a questa marea di incomunicabilità. Un tuffo nella luce.

copertina fiozzo - 8 cm

GREGORIO FIOZZO
Luce della Luna (All’amore)
Link Edizioni (collana Poesie)
2017, 216 pag.
12,00 euro

La notte più lunga

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“Ali riflesse nel sole”, la raccolta di poesie di Lina Latelli Nucifero

Tra l’immagine della vita e quella della poesia la differenza dev’essere netta, senza vie d’uscita. Non si può essere poeti padri e madri di una innocua creazione poetica, e poi sbattere la porta ai ricordi veri e tentare di conservarne il rumore, sordo, in un tonfo nel vuoto senza fondo né pareti; perché “Non si può fingere ogni giorno/ Una vita che non c’è”. È come leggere dei versi composti da una sensibile poetessa, che confonde le sue emozioni con i colori invece che con le parole, tanto che quelle tinte ogni giorno si fanno selvagge e drammatiche, s’impongono; nella complessa e intricata rete di relazioni di cui è intessuta la nostra vita quotidiana, quando le chiazze di quella materia di cui Shakespeare imbrattava i suoi sogni si trattano con quella irruenza sofferta di cui sarebbe capace la sola penna. Il risultato è una pennellata di mondo, piccola e tascabile miniatura di cosmo, a misura d’uomo e ad apertura d’angelo, perché provvisoria e infinita al tempo stesso.
È come leggersi “Ali riflesse nel sole”, la silloge di poesie di Lina Latelli Nucifero, poetessa e docente lametina, già nota all’universo letterario per le sue liriche espressioni e per i premi ricevuti in diversi concorsi nazionali ed internazionali.
Pubblicata da Falco Editore, la raccolta segue la prima “Il canto delle sirene”, e si concede da subito al cuore per essere il sentito omaggio dell’autrice alla figlia Alida, scomparsa a soli venticinque anni per un episodio di malasanità.
“E dall’alto scesero gli Angeli/ All’alba di un giorno d’agosto”.
Tutto questo ha consegnato molta più poesia ai suoi soggetti, che siano paesaggi sospesi, ritratti di natura o figure umane e soprannaturali: tutti comunicano il dolore e la smania di risposte. La riflessione investe la natura dei sentimenti e delle cose, affonda lo sguardo nelle nostre stesse radici di uomini soli, ognuno per tutti, e nelle sue profonde di madre serena smentita dalla sorte, e di artista in preda alla sconquasso della scrittura. Si tratta infatti di una scrittura come rifugio, come riparazione, sottocoperta tra saette e tempesta, quasi a ricomporre quello scenario strappato, quasi a ricomporsi: “M’invento la vita/ Nel deserto infinito/ Dell’io”, scrive di sé l’autrice, e si rimodella.

una particolare capacità di comprendere il cielo e la terra insieme, e di lasciare immaginare cosa comporterebbe quell’incontro

A questo scopo ricorre all’uso prezioso della metafora, ad una famiglia di brulicanti metafore connesse ad un’idea di mondo naturale come foglio – meglio foglia – da leggere, in una versione meno trionfalistica di panismo dannunziano; per cui la Latelli desidera raccontare letteralmente per immagini l’Alida splendida quanto fragile, farfalla dai pigmenti bruni e gialli con “le sue fantastiche chimere”, esile fiore su cui, nella struggente Favole, s’abbatte “una roccia gravosa”, e si profila anche il racconto dell’anziana madre, nell’ultimo bacio con la terra fredda di “una quercia abbattuta”. È la potenza della metafora, certo, ma è solo un effetto, un inganno, perché poi si legge “Favole… i sogni falciati”, e ancora “Ali riflesse nel sole/ Angeli diafani al tatto”, in cui il pensiero va alle ali di cera di Icaro nell’abbraccio sofferto di Dedalo padre. A chi somiglia mai quell’albero smosso, sembra chiedersi dunque l’autrice in punta di metafora, davanti al rifugio che comunque le può offrire quell’espediente poetico.
Lo stile ha un impianto classico, così come descritto nella prefazione dal critico letterario Tommaso Cozzitorto, con un uso sistematico dell’a capo nei versi, per obbedire solanto a esigenze ritmiche o per spezzare quel senso interrotto di gioia. Come nella disarmante I giorni che verranno – “Di vuotaggine colmati/ E di silenzio” – o nella bellissima Scende la sera – “Mentre pietose/ Lacrime piovono/ Le stelle lassù…/ Dal firmamento” – in cui l’autrice restituisce l’immagine di un capitombolo cosmico, lei donna poeta che implora conforto in mezzo a quello scintillio della sera. Quando anche il pianto brilla di luce propria: “E tremano le lacrime/ Ai margini degli occhi”.
Eppure non sguaina versi come fossero spade, non ricorre al grido di Abramo davanti al sacrificio più grande, ma davanti al silenzio di Dio prega sulle ginocchia di Giobbe e compone la sua domanda: “Fa’, o Signore, che il mio cuore cominci a pulsare/ Nella tua misericordia”. Perché è misericordioso il suo Dio, recita in un altro titolo.
La seconda parte della silloge raccoglie invece poesie che esprimono, di riflesso, la passione interlocutoria con cui l’autrice affronta eventi importanti, sensazioni, esperienze. Sempre nel merito della sua particolare capacità di comprendere il cielo e la terra insieme, e di lasciare immaginare cosa comporterebbe quell’incontro.
“Ritorna Caino/ Dagli occhi di pietra/ A divorare il cuore/ Del fratello”, canta a memoria della tragedia dell’undici settembre, in un linguaggio scarno, ma dal triste suono della sentenza, che ricorda a tratti i segni di Quasimodo. Ne La giornata della memoria, invece, s’inserisce nel solco della poesia dei sopravvissuti, all’ombra di  Borowski per come descrive i lineamenti di quel mistero insondabile che è Auschwitz: “Gambe stecchite/ Come i pali della luce/ Conficcati/ Nella terra di Polonia”.
Infine come non pensare a Costabile ne Gli emigranti: “I tuoi figli lasciano ancora/ Gli ulivi e le mimose/ I fichidindia e i rossi gerani/ E l’edera che si arrampica/ Sui muri diroccati/ Delle case abbandonate”. E come non pensare a lui ogni qualvolta si canta di qualcosa che si è lasciato, ma mai perduto: che si tratti di terra di Calabria o di sorriso di bambina, si torna sempre nel sole.

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Lina Latelli Nucifero
Ali riflesse nel sole
Falco Editore, poesia
2011
Isbn 9788896895238