Libri contro il Nulla

neverendingstorybdcap5_original

Eravamo bambini come tanti negli anni Ottanta e in alcuni momenti ci ritrovavamo a sognare, nella casa silenziosa, ci sentivamo respirare, con la testa sotto le coperte, come il piccolo Bastian della Storia infinita a rifugiarci nell’incontro che accadeva tra le pagine. Noi siamo ancora qui e la luna non sembra più così piena né il Nulla più possibile e spazioso, ma un giorno certo tutto dovrà smettere di esistere e noi leggiamo ancora di mondi per diverse ore dicendoci che vorremmo fossero possibili, il tempo scade ancora e si va a letto, ma la notte non è più così calma come allora, ci sono più spazi lasciati vuoti.

Annunci

Per lettera

48083195_2004853946218200_302553602457600000_n

È così che inizierei un testo epistolare, “ora sono costretto a inventarti”, mi ricorderei di quello scambio di parole che si arrende all’urgenza di conoscersi, per coprire lettera dopo lettera la mancanza della voce.
Scritto con eleganza, “Per lettera” di Iselin C. Hermann racconta l’amore inteso come ossessione involontaria, nel flusso denso della forma epistolare, in cui i due protagonisti si immaginano e non esistono fuori da quell’istante da custodire, persino le farfalle vivono di più e popolano la letteratura.

Distacco dal mondo

IMG_20181115_191933

“Ciò che sfugge al mondo è la poesia” dice Christian Bobin, scrittore che sa sporgersi verso la poesia, la stanza che ci separa dal silenzio, quel sogno più ampio di sbiadire e calare a picco invisibile tra le parole. Insomma la poesia come tentativo – nel mondo – di mitigare il distacco dal silenzio.

Il flusso del ritorno

IMG_20181114_002405.jpg

Leggendo “Amori regalati” di Olimpio Talarico scopri il racconto umano e fragile dei personaggi, in righe che annunciano un giorno nuovo – il momento di dirsi amati – restio a presentarsi, prima che imparino ad amare i ritorni, nel tempo, come prova del fatto che i luoghi hanno un’anima. Ti chiedono di non andare via, di restare e sentire nelle piccole necessarie partenze il movimento necessario per accogliere il flusso naturale delle onde, dal mare verso casa.

Da una ringhiera di mondo che solo a Napoli

people-2586855_1920

Napoli, un giornalista di nera immerso nella città dalle mille contraddizioni, e una scrittura lieve, ironica, malinconica per dire che passiamo la vita fianco a fianco ai mozziconi, ai guappi, al mare, ai palloni, a momenti spesi e accesi dello stesso spettacolo che amiamo e che chiamiamo ritorno a casa.
“Un giorno di questi” di Marco Ciriello, edito da Rubbettino, ha interrotto la sua corsa per lo Strega arenandosi tra i quaranta, ma resta comunque un particolare sguardo sulla città ‘e Pulecenella, lungo una linea d’orizzontesempre nel solco identitario – che si spinge appena al di là dell’ordinario, frugando tra aspetti che non cascano in descrizioni là davanti la notizia, ma vanno oltre l’apparenza della cosiddetta realtà. Giorni comuni e indimenticabili. Gli scrittori e i luoghi camminano insieme da sempre, e Ciriello che è pure giornalista ne restituisce un ritratto intenso, leggero e letterario sul genere del reportage, secondo un andamento frammentario, brevità fatta di istanti e di silenzi, che permettono dettagli di un’unica foto e che altri stralci mancanti restino parte dell’immaginario. È un altro modo di ascoltare.
La vocazione rimane quella del cronista, e l’artefice stesso si fa protagonista, dotando il racconto del profilo di un diario dei giorni, un personaggio che si muove nelle stagioni napoletane come in un abbandono fantastico ma tutto appartenente alla voce sparsa tra la realtà e i luoghi. In questo percorso l’alito popolare si impone con tutta la sua forza, denso, coinvolgente. Siamo negli anni Ottanta e c’erano due giornali, il Grande e il Piccolo, e nel secondo lavorava il protagonista, “un sopravvissuto, uno che vaga in un tempo non suo e che torna in una città che gli è estranea”. Gli tocca ricomporre una foto che possa guardare intera, nel tempo del ritorno che pare non passi; una festa distratta invece la partenza.

Ciriello ha voluto restituirci il posto delle fragole, rileggendolo attraverso lo scavo della narrazione

Fermo alla finestra per qualche istante, osservando le persone e immaginando che si muovano ancora secondo il senso quasi mitico di quegli anni, quell’atmosfera e quell’idea contradditoria legata a una città complessa e difficile, a frugare tra la munnezza e le spiagge col sole tutto l’anno; l’inciampo nel terrore della camorra e il passo lesto del pibe de oro, Maradona che, anche se era meglio Pelé, s’è fatto amare in un paese diverso dal suo quanto e più di un figlio; e ancora il farfugliare scanzonato di Massimo Troisi e la parola d’inciampo di Giancarlo Siani morto per troppa verità.
Ciriello ha voluto restituirci quel paesaggio per luoghi e figure, senza simulare discorsi ad alta voce, niente di più di tutto ciò che contava, né limbi né giorni possibili, ma rileggendolo attraverso lo scavo della narrazione, per arricchirlo di fascino e di significato emblematico, posto delle fragole entro cui situare Vomero babà oroscopi e scippatori. Ed è riuscito, in quello che è un viaggio introspettivo tra vicende politiche e mutamenti sociali, a sviscerare l’animo di un popolo attraverso i suoi personaggi, quelli che hanno nel bene e nel male spalancato le porte che danno sulla strada, in una città in cui si rincorre sempre l’ultimo passaggio, quello del racconto.
Chiamato a raccolta Ciriello ha voluto per questo restituire la città anche nella penombra della notte vuota, un altro modo di ascoltarla è stata raccontarne l’assenza rumorosa nelle mattine dissolte, quando invece il cielo compatto e il mare dal riflesso ininterrotto scandiscono le sue miserie e le sue glorie.

71J7e8q8VSL

 

MARCO CIRIELLO
Un giorno di questi
Rubbettino (collana Velvet)
2018, pp. 170
15,00 euro

Andare per luoghi e per momenti

old-1130742_1920

La nuova raccolta poetica dello psichiatra e scrittore Cesare Perri

Il segreto delle cose, la loro vita segreta, il loro silenzio solo apparente, di questo ama circondarsi un testimone del tempo, per farsi depositario di un importante mistero che ci sfiora tutti e che parte dallo spazio vuoto che è in noi: ci sono cose inanimate che ci somigliano.
Cesare Perri ci accompagna in quello che è un cammino per vicoli e viuzze, dagli angusti quartieri storici fino ai luoghi centrali della città – che importa quale città, ovunque altrove – là dove la storia è uno spiffero magico che si nasconde nelle pieghe del quotidiano.
Da sensibile cantore qual è, trasforma quell’incontro consueto in poesia, ne fa un libro di fruscii e silenzi, giocando con le trasparenze dei ricordi che appartengono al calco lungo quelle scale e restituendone figure nitide ed essenziali, briciole di vita da respirare ancora.
Il destino di questi gradini, belli meravigliosi alcuni abbandonati nell’abbraccio d’erba e d’oblio, pare indissolubilmente intrecciato al suo. Anche lui è una sorta di eroe spezzato dalla realtà in cui vive, interrotto il suo gesticolare civile e impegnato si butta in questo volo pindarico e rasoterra, e si salva grazie a un’espressività fatta di segni d’amore e di speranza.

Fotografie e poesie che vogliono catturare l’anima nell’irripetibilità di pochi istanti immobili

Gli appartamenti sono vuoti certo, tutto attorno si attende invano la risposta di un quadro, di un muro, di un’umida pietra, ma il pulviscolo che si respira e si frantuma in versi gli suggerisce ancora che c’è una continua scoperta a circondarci in ogni istante. Indossare il filtro della poesia migliora tutto intorno e rende accettabile il silenzio apparente delle cose, ed è per questa ragione che, malgrado la sua fragilità, l’uomo non si arrende.
Questa silloge ci porta forse ad una via senza uscita, a sostare davanti alla bellezza che c’era e che ancora potrebbe sospirare, in un’attesa che è un intermezzo. Dove guardano tutti questi occhi, sembra chiederci l’edera aggrappata alla pietra antica, dove guardano questi visitatori che torneranno ai loro fiori fuggendo i nostri corpi in rovina…
Cesare Perri intraprende questo percorso in perfetto equilibrio tra sguardo impietoso e desiderio di riscatto, attraverso la levità lirica e a tratti ingenua della sua stessa voce. È un poeta che ricorda appena, che torna sull’isola distrutta dal fuoco, luogo a cui non vuole più dare un nome perché se ne scrivano di nuovi, perché i nomi suonano come epitaffi mentre queste fotografie e queste poesie vogliono catturare l’anima nell’irripetibilità di pochi istanti immobili.
Con gli occhi carichi di inquietudine mette a fuoco, ma è sempre lei che compare, che silenziosa lo segue ovunque come un’ombra ma non lo imprigiona; si chiama speranza e si fa sempre più sottile nei contorni sfumati di un’istantanea.

5d956c_0192775fe295456e884b4470e1be148e_mv2

 

CESARE PERRI
Passeggiando poesie.
Gradini scale e scalette della vecchia Nicastro
Link Edizioni
2018, pp. 160
15,00 euro