Fantastic Something

Ci sono dischi in stato di grazia, fatti di malinconia e melodie carezzevoli, dopo questi incontri ognuno può credere alle canzoni della pelle, esistono, il silenzio è dolcezza blanda a confronto. Uno i fratelli Alex e Constantin Veis l’hanno inciso nel 1985 come Fantastic Something, l’altro Constantin da solo con il titolo di Memory-La nel 2002, ed è più facile ascoltarli che parlarne, le descrizioni fanno fatica quando si tratta di una timida bellezza il tempo di un soffio, così leggera ma all’altezza delle cose che non finiscono, parla a bassa voce perché il mondo là fuori non sappia degli spazi bianchi e incompresi che occupa.

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Una questione di leggerezza

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foto P. Allegro

Secondo me è tutta una questione di leggerezza.
Parlare di libri, di film, di dischi, di te, di ferite asciugate dal tempo, scrivendolo con il simoncini garamond che si posa leggero, e ciò che importa pare sia cogliere la bellezza di cui si nutre la nostalgia, nutrirne la voce, raccontare sussurrando che purtroppo non riusciranno la letteratura, la musica, non riuscirai tu a dare delle risposte, ma non esisterebbe più niente dei ricordi, dell’amore, niente di niente, se non se ne colgono tracce nella leggerezza degli scorci, nelle vie di fuga che non danno importanza alle cose che vivi ma a quelle che sogni.

Una lezione di leggerezza

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Una recensione al mio romanzo “Collezioni di cielo” scritta per Il Lametino dal critico letterario, poeta e saggista Antonio Iacopetta 

Prefato egregiamente e con cognizione di causa da Tommaso Cozzitorto, il romanzo di Pasquale Allegro è diviso in tre parti, più un epilogo. La struttura è originale e accattivante, la scrittura fluente e scorrevole. Il libro non è strutturato in capitoli lunghi e corposi ma in brani comprensivi ognuno di più capoversi, tali da sembrare blocchi di appunti di un diario ideale. Così il succedersi dei racconti catturati da un io niente affatto dispotico e onnivoro ma scaturenti da ipotetiche epifanie illuminanti che fanno scattare la serie di ricordi, pensieri, riflessioni, legate a occasioni (quasi montaliane occasioni) e ad un’inesausta ricerca di senso.
La favola è avvincente e ricca di suspense, al punto tale che nessuno sospetterebbe che qui Allegro non sta trattando una delle tante, a dire il vero oramai troppe, storie noir di cui si stanno rendendo protagonisti da alcuni anni, con grande rispondenza di cassetta, una trentina di commissari di polizia, e affini, in giro per l’intera penisola, complice il grande Camilleri che ha provocato questa esagerata alluvione di inchieste poliziesche, auspice il suo Montalbano. Eppure, pur non costituendo un’inchiesta poliziesca, il racconto di Allegro riesce ad avvincere dalla prima frase del libro, a partire appunto dal Prologo, all’ultima frase dell’Epilogo. Chi scrive, ad esempio, non è riuscito a staccarsi dalla lettura del libro, se non arrivando tutto di un fiato alla fine.

Atroce, sfuggente bellezza dell’esistenza, dolorosa coscienza della sua precarietà

Ma quali vicende intriganti hanno provocato questo mio attaccamento? Non delitti misteriosi, non furti con scasso e senza, non agguati, ferimenti e ammazzamenti, ma solo la ininterrotta ricerca di senso dell’attore principale del testo, il narratore interno che vive la sua esistenza e quella dei suoi cari, attimo per attimo, il tempo goccia dopo goccia, consapevole che nello stesso momento in cui sta vivendo questi attimi, sa già che essi si sono perduti per sempre e non saranno ritrovati mai più. Atroce, sfuggente bellezza dell’esistenza, dolorosa coscienza della sua precarietà. E, tanto più preziosa, quanto più precaria. Ma se solo si potesse imbastire una collezione di cieli… Già, se solo si potesse fare una cosa simile, tanto di questa bellezza universale, si salverebbe. Ma, per assurdo, nel momento stesso in cui fosse possibile fermare la bellezza, o catturare il senso della vita, che è poi la medesima cosa, la stessa bellezza, lo stesso senso, catturato e fermato per sempre, perderebbero entrambi la loro fascinosa preziosità. In un certo senso anche Allegro si è cimentato in un’inchiesta poliziesca, solo che l’inchiesta è spirituale e però lo stesso riesce a creare suspense.
Va doverosamente aggiunto, a conferma di quanto sostenevano i formalisti sull’importanza del significante, che la storia narrataci da Allegro non avrebbe raggiunto i suoi alti risultati estetici se non fosse stata confezionata in uno stile leggero e accattivante e supportata da una lingua trasparente e lucida come una perla. Ci raccomandiamo a Pasquale Allegro di non fermarsi a questo suo primo straordinario romanzo, di proseguire la sua ricerca con altri testi dello stesso livello e del medesimo egregio stile.

Tonino Iacopetta
– poeta e critico letterario –

Poetica di un padre immaginario

“Foglia di rosa (Alice)”, il romanzo di Gregorio Fiozzo

Gregorio Fiozzo con Alice e Asia

Quando si ha a che fare con uno scrittore eclettico quanto delicato, folle di penna quanto aggraziato di cuore, alle prese con un viaggio di parole dal passo lento e semplice dentro un universo di discussioni, per un viaggio lungo, forse pericoloso, sicuramente faticoso nell’attraversare lo stretto indispensabile per rimanere leggeri, per raggiungere il respiro delle cose eterne tra le righe – e niente conta per lui più del tempo che non riavvolge sempre la stessa estate -; quando si ha a che fare dunque con un poeta conscio della leggerezza del proprio essere, non si può che ascoltarne il respiro in una prosa versatile, o in un verso narrato, come quando lo si scopre a cantare: “Dal cielo scende una pioggerellina che è un pianto di gioia per un altro dei miei compleanni”.
Se la prosa poetica è una forma di compromessa libertà, in cui la poesia si spalma oltre gli spazi e i tempi, Gregorio Fiozzo in “Foglia di rosa (Alice)” ne fa uso e abuso, ma senza compiere rivoluzioni o giri di pensieri pesanti e stagnanti, senza inviti alla banalità, certo che no, basti pensare, tra gli inviti più importanti, a quello di Calvino nel non avere macigni sul cuore. E di certo Gregorio non cede mai il passo ad un romantico sconforto, eppure anche la sua scrittura “trascina angosce che si placano al comparire di un paese che svanisce dietro la collina”. E qui scrive di un treno, e di come questo attraversando il tempo si accorge che a scorrere sono i binari e non la propria folle corsa, “e il tonfo in galleria riflette sul vetro l’immagine di un vecchio avvilito”.
Ecco allora svelato il liet motiv di “Foglia di rosa”: la nostalgia della giovinezza, in larga misura, la consapevolezza che il tempo trascina via l’uomo senza lasciare brandelli, soprattutto se “da uomo lacerato, non potrà ricevere la carezza di un bambino”. Sì, perché qui si tratta del profondo rammarico per un poeta di non aver avuto un figlio: “Io mi cruccerò se non avrò nessuno che tutelerà la mia presenza sino al tramonto della vecchiaia”.
Un poeta sulla via di casa, che riesce a tornare bambino rincorrendo il mistero e lo sgomento, per la sua capacità di creare mondi sbilenchi per Alice e Asia (Foglia di rosa e Fiore di primavera) e di restituire del mondo vero, così fin troppo adulto, immagini da custodire e a cui ricorrere ad ogni risveglio.Locandina-Maggio-libri-2014-fiozzo
E l’affetto paterno nei confronti di Alice, con quella sua infantile purezza emotiva, gli consente di respingere ancora quel grosso macigno che gusta, ogni giorno che passa, il contatto con un cuore, come quello di Gregorio, che non teme di mettersi a nudo, di scoprirsi muscolo intermittente in grado di ribadire quel battito in milioni di versi. E in qualche modo le poesie sono figlie del poeta.
“Loro sono la porticina che schiude un sogno dove limpide stagioni si alternano a nuvole baciate dalla luna”, dice l’autore di Alice e Asia, ma è come se dichiarasse con la più riuscita delle sue metafore che il poeta che si è fatto scrittura fa di ogni suo verso un infinitesimo dono di sé.

Foglia di rosa (Alice)
Gregorio Fiozzo
Gigliotti Editore
2014, p. 168
€ 10,00

Tenue

fiore giallo

Tenue è la parola che t’appartiene.

Tenue il vento, il giallo, un verde potrebbe essere tenue, tu dovresti essere tenue con il tuo bambino, con i giorni.

Conservarsi tenue come l’aria che inspiri, difendersi dalla notte che scende tenue ma inghiotte ogni luce sepolta nella cera.

Tenue come un fiore che si piega, come un cielo che scolora, come un sole che si svuota.

Icaro e la sua ambizione, tenue.

Se sprofondi nella sabbia sei tenue come la pietra che non conosce ombra, come l’acqua che dona una lacrima alla fine del gorgo. Gli addi, tenue è l’incontro.

Tenue è la parola che t’appartiene.