Il profumo che scrivi

La verità è che noi che scriviamo andiamo tutti in cerca di un modo per riparare, bambini folli da trarre in salvo, di un nostro modo di dirci protagonisti, di un luogo di passaggio, della prova che non è impossibile volare. Lasciate stare la fabbrica delle storie, fermate la macchina, è sempre questa prima persona che scrive, ma non è autobiografia, è un profumo congegnato sulla propria pelle.

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Diari intimi

Alla biblioteca della scuola – nello scantinato l’odore che faceva – avevo preso i Diari intimi di Baudelaire, appunti sull’anima sulla madre sulle donne, e me ne andavo nell’ora di educazione fisica in un angolo seduto a spulciarlo, la schiena contro la porta d’emergenza, non giocavo, indossavo anfibi senza lacci e mi spostavo dinoccolato, tanto che la prof mi disse che probabilmente avevo una gamba più lunga dell’altra, ma no prof io avevo in tasca un libriccino di un certo peso, che mi tirava da una parte.

Una casa un’onda un sogno

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Di quello che è la scrittura

Scrivere è un po’ raccogliere conchiglie per strada, ti pare impossibile ma non hai considerato il vento. E niente pesa meno dell’immagine che hai della conchiglia, catturata dalla notte dei tempi, di quando te ne stavi per ore a osservare il mare e qualcuno ti aveva sussurrato vedi sono il ritratto di uno strano personaggio, una casa un’onda un sogno.
Poi può accadere che scrivere sia anche fatto di parole belle, parole miti, paroloni, e di spazi vuoti come se non ci fosse più mondo da raccontare, eppure la verità è che di silenzi si nutre la scrittura, come del nulla tra due parole, è necessario tirare un lungo respiro e dare senso a quell’incontro di lettere, è l’unico modo di ascoltarle, tutto tace quando abbiamo imparato a condurre le parole verso gli intervalli. L’importante che il silenzio non sia per sempre, il silenzio nella scrittura sta negli abbracci non negli addii.
La scrittura è questo me che vuole vivere la più nobile della vita, né migliore né peggiore, la tristezza esiste e io la rispetto, e scrivo tutti i giorni per cercare di ricordarmi di qualcuno o di qualcosa, ricostruire con le parole e dare vita, ridare vita, il mondo ignora se non dedicherai i tuoi giorni a scrivere. L’uomo più fragile del mondo vaga in cerca di un motivo per non lasciarsi andare, un soffio di vento lo porterebbe lontano, un’onda lo tratterrebbe in acqua, ma gli resta lo spazio soltanto suo della memoria, e ricompone, si ricompone. Non c’è bisogno che sia romantico, né che sia melodrammatico, basta che guardi il soffitto e pensi al cielo, che guardi lo spazio che lo divide dagli altri come un’eternità possibile, a raccontarla, ma in realtà un abbraccio da colmare: siamo così piccoli per bastarci. L’uomo più fragile del mondo è leggero ma resta ancorato alle parole, certo dovrà esserci qualcos’altro che possa spiegare la sua esistenza, ma non lo ha ancora trovato, fino ad allora scrive.
Poi un giorno il vento soffia a tuo favore, il cielo diventa carico di meraviglie e la pelle di chi ti sta accanto ti convince della sua esistenza, e pare non ti serva scrivere, ma immaginare ovunque nel mondo intero un bacio un tuffo persino una fortezza violata ti spinge a restare solo con le parole, si è sempre soli quando si scrive e si muore.
Ci sono cose che si scrivono solo per liberarsi, anche solo per un momento di nostalgia, per chiedere a qualcuno di non andare via – ormai manca poco e sarai mia, resta – come un qualsiasi modo d’amare, mandare fiori e poggiare la testa sulle sue spalle, poi qualcuno va via e capisci che sono state le parole a lasciarsi sfuggire quella mano, e per ogni minuto senza, scrivi ogni minuto insieme, e il tempo è come un viaggio in cui procedere senza corpo, il corpo non serve, non potrebbe includere troppi sogni.
E quando sembra cadere la notte e le corse del mondo terminano, qualcuno resiste, non dorme ma scrive, e tutta l’umanità di colpo si risveglia alla ricerca disperata di esserci eccome in quelle pagine.

scritto per il blog di Link Edizioni – clicca qui

Benny sings

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Un piccolo gioiello per questo duemiladiciannove, City Pop del giovane Benny Sings, artista olandese di talento influenzato dai Beatles e dal sound della Motown e che si attesta a quel crocevia, un raffinato intreccio di pop e soul, quegli album miniatura che infilano però la traiettoria, e che il rumore attorno perda spazio di colpo è il segno evidente dello scorrere liquido della melodia.

Benny Sings – City Pop (Stones Throw Records, 2019)