Per lettera

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È così che inizierei un testo epistolare, “ora sono costretto a inventarti”, mi ricorderei di quello scambio di parole che si arrende all’urgenza di conoscersi, per coprire lettera dopo lettera la mancanza della voce.
Scritto con eleganza, “Per lettera” di Iselin C. Hermann racconta l’amore inteso come ossessione involontaria, nel flusso denso della forma epistolare, in cui i due protagonisti si immaginano e non esistono fuori da quell’istante da custodire, persino le farfalle vivono di più e popolano la letteratura.

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Il flusso del ritorno

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Leggendo “Amori regalati” di Olimpio Talarico scopri il racconto umano e fragile dei personaggi, in righe che annunciano un giorno nuovo – il momento di dirsi amati – restio a presentarsi, prima che imparino ad amare i ritorni, nel tempo, come prova del fatto che i luoghi hanno un’anima. Ti chiedono di non andare via, di restare e sentire nelle piccole necessarie partenze il movimento necessario per accogliere il flusso naturale delle onde, dal mare verso casa.

Creatura breve

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foto Mario Galloni

“Creatura breve” di Gabriele Galloni è una silloge davvero interessante, è vero ci sono alcuni passaggi effettivamente forti, che tendono a disgregare, una luce sfocata che degrada i ritratti, l’abisso per un attimo, ma tutto condotto con una voce particolare, il che è già segno di valore, possedere già uno stile, un linguaggio dai colori estenuanti – non espressioni desuete, una maniera per colpire, ma le impalcature crollano – restituisce immagini meravigliose, note di luce, parole che rimbombano dentro lo spazio di quelle stanze ma evocano tanto tantissimo oltre. Sono d’accordo con chi dice che è una voce nuova.

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GABRIELE GALLONI
Creatura breve
Ensemble (collana Alter), 2018
12,00 euro

Parigi a piedi nudi

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Fiona è una bibliotecaria intraprendente ma goffa, l’anziana Martha vive a Parigi e ha bisogno di lei, Dom è un senzatetto innamorato della sua esistenza in bilico sul bordo del fiume; Fiona cerca Martha ma incontra Dom, chissà che non sia l’amore, ma decide di opporre resistenza, poi aveva notato che si sentiva meglio, quasi bene, spaesata ma con il pieno di stelle, e aveva pensato: forse è il momento di cominciare una nuova vita?
La commedia francese continua a essere il contesto ideale per riuscire a dire, divertendo, molte cose del viaggio e del destino, in questo caso per le strade di Parigi, lungo la Senna, ripropone in maniera originale una frangia di realtà in cui le sfumature dei personaggi, i loro occhi curiosi, le parole semplici e a volte affannate, la loro innocenza, ne fanno il luogo in cui poter esplorare la malinconia, il gioco, la poesia.

Pellegrino fino alla fine del mondo

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San Francesco di Paola, l’eremita che amò ritirarsi con Dio e con se stesso, in un racconto di Paolo Rodari, vaticanista del quotidiano “La Repubblica”.

Tra preghiera e ascesi, mortificazioni corporali e digiuni, con lo sguardo di chi si spoglia del mondo e si dà la vita, e tutto ciò che si chiede è che ci sia solo Dio e l’altro da sé, mentre il corpo si aprirebbe soltanto in un abbraccio per lasciarli entrare, tra tutto questo accade la vita di san Francesco di Paola. L’eremita calabrese che amò ritirarsi con Dio e con se stesso, eppure sempre disposto ad accogliere e ad ascoltare gli altri, rivive qui in un racconto biografico dal piglio narrativo, scorrevole e piacevole, senza fronzoli e inutili orpelli, diretto, efficace, mai didascalico. E lieve, come in una favola per adulti raccontata sempre troppo tardi.
Descrivendo gli eventi della straordinaria esistenza del santo che fondò l’Ordine dei Minimi, in rigoroso ordine cronologico, dalla nascita al viaggio temerario in Francia, un’esistenza dove i momenti si succedono per grazia e la giustizia terrena si muove in bilico sull’equilibrio del mondo – nell’aria l’inferno, le persone dimenticate agli angoli, lo spazio irriducibile tra il potere e gli ultimi – Rodari narra con leggerezza e asciuttezza la rinuncia dei giorni secolari di Francesco, la sua empatia con i poveri e il suo irresistibile ascendente sui potenti, quando tra i piccoli e i grandi della Terra si muoveva a compassione e insieme andava cercando la solitudine nella preghiera e nella meditazione.

Una figura straordinaria alla ricerca della miseria più totale nella follia dell’amore per il vangelo

Da un paesino dell’entroterra calabrese verso un grande destino, ogni tappa di questo racconto segna uno strappo al consueto; nessuno avrebbe compreso, mentre i giorni rotolavano via uguali, che il mondo sarebbe cambiato, l’amore totale per Dio avrebbe fatto comprendere agli uomini che tutto quello che avrebbero perduto li avrebbe portati fin lì, vicini alla gioia della privazione, seduti all’ultimo posto, senza possedere nulla e cibandosi solo di cibi quaresimali, il cielo nudo come loro e le stelle piene come la ragione di tutto. Ne viene fuori un mosaico sobrio e devoto in cui l’incontro delle tessere, anche quelle apparentemente più insignificanti, restituiscono il ritratto di una figura straordinaria alla ricerca della miseria più totale nella follia dell’amore per il vangelo.
Paolo Rodari ripercorre così il tragitto di un uomo che si accompagna nella solitudine e nel mondo con fragilità e fierezza, metafora esistenziale in cui a una chiara rappresentazione della fragilità umana si affianca il fine nobile e trascendentale – quanto profondo – a cui l’umanità deve tendere, distogliendo il corpo dall’effimero per ritrovarsi ebbro di misericordia.
Un tragitto fino alle parole finali all’alba di un nuovo giorno, dopo l’ultima notte nell’umida cella, quando prima che tornasse mattina il santo cercherà nel silenzio l’importanza delle parole, quelle da lasciare, che è come lasciare una vita, le parole che poi apparterranno a tutti gli altri che lo seguiranno sparsi e infinitamente piccoli per il mondo.

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PAOLO RODARI
Francesco di Paola, un eremita nel mondo
Rubbettino (collana Catholica)
2018, pp. 102
12,00 euro

“Baco da sera” sul Fatto Quotidiano

Sul Fatto Quotidiano online il musicologo, musicista e scrittore Fabrizio Basciano inserisce “Baco da sera” nei libri consigliati per l’estate. Grazie di cuore.

Clicca e leggi l’articolo “Musica e libri, consigli per l’estate”

 

Da una ringhiera di mondo che solo a Napoli

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Napoli, un giornalista di nera immerso nella città dalle mille contraddizioni, e una scrittura lieve, ironica, malinconica per dire che passiamo la vita fianco a fianco ai mozziconi, ai guappi, al mare, ai palloni, a momenti spesi e accesi dello stesso spettacolo che amiamo e che chiamiamo ritorno a casa.
“Un giorno di questi” di Marco Ciriello, edito da Rubbettino, ha interrotto la sua corsa per lo Strega arenandosi tra i quaranta, ma resta comunque un particolare sguardo sulla città ‘e Pulecenella, lungo una linea d’orizzontesempre nel solco identitario – che si spinge appena al di là dell’ordinario, frugando tra aspetti che non cascano in descrizioni là davanti la notizia, ma vanno oltre l’apparenza della cosiddetta realtà. Giorni comuni e indimenticabili. Gli scrittori e i luoghi camminano insieme da sempre, e Ciriello che è pure giornalista ne restituisce un ritratto intenso, leggero e letterario sul genere del reportage, secondo un andamento frammentario, brevità fatta di istanti e di silenzi, che permettono dettagli di un’unica foto e che altri stralci mancanti restino parte dell’immaginario. È un altro modo di ascoltare.
La vocazione rimane quella del cronista, e l’artefice stesso si fa protagonista, dotando il racconto del profilo di un diario dei giorni, un personaggio che si muove nelle stagioni napoletane come in un abbandono fantastico ma tutto appartenente alla voce sparsa tra la realtà e i luoghi. In questo percorso l’alito popolare si impone con tutta la sua forza, denso, coinvolgente. Siamo negli anni Ottanta e c’erano due giornali, il Grande e il Piccolo, e nel secondo lavorava il protagonista, “un sopravvissuto, uno che vaga in un tempo non suo e che torna in una città che gli è estranea”. Gli tocca ricomporre una foto che possa guardare intera, nel tempo del ritorno che pare non passi; una festa distratta invece la partenza.

Ciriello ha voluto restituirci il posto delle fragole, rileggendolo attraverso lo scavo della narrazione

Fermo alla finestra per qualche istante, osservando le persone e immaginando che si muovano ancora secondo il senso quasi mitico di quegli anni, quell’atmosfera e quell’idea contradditoria legata a una città complessa e difficile, a frugare tra la munnezza e le spiagge col sole tutto l’anno; l’inciampo nel terrore della camorra e il passo lesto del pibe de oro, Maradona che, anche se era meglio Pelé, s’è fatto amare in un paese diverso dal suo quanto e più di un figlio; e ancora il farfugliare scanzonato di Massimo Troisi e la parola d’inciampo di Giancarlo Siani morto per troppa verità.
Ciriello ha voluto restituirci quel paesaggio per luoghi e figure, senza simulare discorsi ad alta voce, niente di più di tutto ciò che contava, né limbi né giorni possibili, ma rileggendolo attraverso lo scavo della narrazione, per arricchirlo di fascino e di significato emblematico, posto delle fragole entro cui situare Vomero babà oroscopi e scippatori. Ed è riuscito, in quello che è un viaggio introspettivo tra vicende politiche e mutamenti sociali, a sviscerare l’animo di un popolo attraverso i suoi personaggi, quelli che hanno nel bene e nel male spalancato le porte che danno sulla strada, in una città in cui si rincorre sempre l’ultimo passaggio, quello del racconto.
Chiamato a raccolta Ciriello ha voluto per questo restituire la città anche nella penombra della notte vuota, un altro modo di ascoltarla è stata raccontarne l’assenza rumorosa nelle mattine dissolte, quando invece il cielo compatto e il mare dal riflesso ininterrotto scandiscono le sue miserie e le sue glorie.

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MARCO CIRIELLO
Un giorno di questi
Rubbettino (collana Velvet)
2018, pp. 170
15,00 euro