Il tempo dell’attesa

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Il tempo dell’attesa. Io volevo però farmi improvvisamente farfalla, allora, quando ero bambino e mi infrangevo sui giorni in balia di tutti e di tutto.
Oggi invece penso sia un delirio dover uscire da qui, precipitarsi verso la porta per seguire un incedere arrogante che non conosce limiti, affrettarsi e scaraventarsi addosso il tempo di cui invece ancora si necessita, infrangere la resistenza dei vetri, fragili e trasparenti; non comprendiamo il ritmo del respiro, preferendo restare sospesi nel vuoto, non ci interessa accogliere il respiro che ritorna e che non se ne va così perduto, per preparane un altro ancora.

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Il tempo dei fiori

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foto Stefania Tramonte

C’è questo paesaggio che sfugge adesso fuori di qui, da questo finestrino schiacciato contro il cielo schiarito, probabile ancora squarciato da qualche lampo inatteso, e una frenata prolungata su questa strada ferrata ci dirà che, al di là della folle immagine del passato che ti trattiene spalle al muro, il cammino procede lento, tra la pace e il silenzio, nella speranza che questo cielo si specchi ancora compiaciuto, intanto che scorrono fiori e aspetti che si faccia domani.

Notte di scrittura

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foto Paola Perri

Un libro è un buon libro quando solo per un brevissimo istante si scrive da solo. O meglio, un libro vero, nel senso che appartiene a chi lo scrive. Ogni volta che uno scrittore ricorda quella volta in cui la notte non aveva ancora preso forma e con gli occhi stropicciati si dava impetuosi ordini e partiva dal fatto che la luna sembrava un sorriso ed era la stessa che sogghignava a Tokyo, si rende conto di aver scritto dal fatto che è rimasto dov’era ma si era ritrovato altrove. Così anch’io l’ultima volta che sono stato qui davanti al foglio bianco ho fatto vivere qualcuno, ho fatto paura a qualcun altro, ho tirato fuori qualcosa che li riguardasse, lo sfondo scorreva ancora fuori da quella stanza dove marionette rassegnate con movimenti carichi di affetto per il puparo riponevano con delicatezza la loro libertà. Qualcuna più ostinata leggerà e si ostinerà a ripercorrere il filo, su per lungo fino al cielo.
Non posso fare a meno di ritornare con gli occhi su quello scritto, qualcuno deve essersene accorto, perché a un certo punto la polvere in cui era intabarrata la stanza si era diffusa in giro, qualcuno aveva respirato forte e non c’era più il silenzio a impossessarsi del momento. Quello che avevo scritto si era arrampicato come una scimmia ammaestrata verso l’esterno, poteva insomma essere letto. “È per lei” pensai, e tanto le bastò per prendersi la scena, il mio sorriso innocente, tutto il mio impegno per tagliare il buio a fette e farne lame di parole. Voglio uno splendido tramonto, non so se potrai mai perdonarmi luce chiara del mattino.

Vivere a Maggese è tutta un’altra storia

“Quale titolo daresti ad una vita?”, l’interessante esordio di Marco Cavaliere
 

di Pasquale Allegro

“Non vi è una storia, tra tutte quelle che ho portato via, che non abbia come protagonista un abitante di Maggese”.
Che sia una città reale o un fantasioso rimando al Calvino in cartolina, poco importa. Che tra le storie raccontate nel libro ci si possa imbattere nella bellezza, nell’amicizia e nell’amore, o in uno scorcio di cielo tutto da sfogliare, non è affatto un’eventualità da scongiurare.  
Quale titolo daresti ad una vita?,si chiede Marco Cavaliere, giovanissimo studente lametino d’ingegneria, tutto preso a crogiolarsi nel desiderio di portare a termine la sua trilogia narrativa. Questo primo titolo, definito dallo stesso autore un romanzo di racconti, tanto è evidente un filo conduttore tra le storie, è la prima vera traccia delle sue espressioni di novello scrittore, intanto che gongola tra un Alessandro Baricco (quello più surreale di Castelli di rabbia, piuttosto che quello della danza macabra di Oceano mare) e un Fabio Volo meno spudoratamente moralista di maniera, e più in maniche di camicia. Sono racconti brevi, puntuali, a cui ad ognuno si aggrappa forte un titolo, che scorrono lievi lungo le pagine, come l’Acqua all’inizio del percorso: è l’incipit di un viaggio che va percorso lento però, a piedi nudi, secondo un ritmo d’altri tempi. Ma è solo una prima impressione quella che lascia intravedere una locomotiva a sbuffo, anziché il rosso sfrecciare di un pendolino, perché “così come ogni persona è le storie che ha vissuto” ed “ogni luogo è le storie che lo hanno attraversato”, così ogni lettore è i libri che ha sfogliato e i mondi che questi gli hanno restituito.
Ci sono storie allora che ritraggono l’Amicizia, anche quando a farne le spese è un incomprensibile non-sense tra la fantasia e il puro sentimento: quando si è amico fraternamente di qualcuno a prescindere da tutto e da tutti, anche da se stesso.
E ci sono quei finali bellissimi in Amore, come titoli di coda di una pellicola a strappi, che Marco lascia sfilare a conclusione dei racconti: può essere un rossetto o una nota, entrambe sbavate, o quel maglione teneramente cuscino, niente di più semplice che amore.
Forse è merito della parola in sé, perché ci si potrebbe corredare un libro senza mai sfiancarsi d’amore, o anche arredare in lungo e in largo tutti i corridoi di una casa, grande o piccola che sia, persino stramba o rotante come quella di chi “sembra quasi non abbia altro tempo che per abitare le sue case impossibili”.
E poi ci sono le pagine della Bellezzaperduta per sempre di Elena, dal nome mitologico di una bellezza contesa, eroina sfigurata da un triste destino che lambisce la propria vita alla ricerca “dell’unico posto in cui potersi sentire al sicuro dai propri ricordi” perché, quanto è vero il mondo fuori da Maggese, “guarire dal proprio passato è una delle cose più difficili nella vita di un essere umano”. Che poi sia a dirlo Marco Cavaliere, di professione studente e di hobby collezionista di futuro, vista la giovanissima età, fa un po’ effetto. Mai però quanto le parole con cui lo sconosciuto incanta la bella in fondo alla bestia: “Perché quando una cosa può sopravvivere alla fugacità del tempo – legge Elena – quella cosa non è solo bella, ma è bellezza”.
C’è un ordine alfabetico nell’intitolazione delle storie, e pare che il Cielo se ne stia in mezzo alle pagine, quasi s’imponga e si scomponga come meglio si addice alla sua natura elevata e fragile; ti avvolge dietro le parole di Carlotta, che ogni mattina, prima di uscire, si pettina i capelli davanti al suo “piccolo specchio a forma di sole”, mentre Ettore, “ogni mattina, per pettinarsi, lui come specchio personale usa il mare”.
In mezzo a tutti questi foglietti sparsi tra le pagine, ci si prende un po’ la briga di frequentare Maggese, città che non conosci mai fino in fondo, ma che impari a tracciarne i tratti più umani dai segni dei suoi abitanti, patetici e grossolani quanto vuoi, ma reali di una realtà incantata e favolosi di un mondo in volata. È un mondo in punta di penna, che scorre davvero, a detta del suo creatore: “Questo è il mio diario. Io sono solo inchiostro”.
Avrà un gran da fare Marco nel dimostrare di essere stato veramente a prendere il tè da Felicity. E non dimentichi i biscotti.
 

da “Il Lametino” n.194

Sono tristi i pagliacci che ridono

– Storia di bambini e dell’essenza della vera gioia

 Sono tristi i pagliacci che ridono, e più quel sorriso è tirato e più la sofferenza è un racconto a denti stretti.
di Pasquale Allegro

 

Ci sono nuvole di rabbia e di dolore che ti esplodono negli occhi. Ecco svelato il mistero.
Un giorno io e Marco, il mio amico italiano a Londra, di certo abituato al fumo, quello di Londra s‘intende – e poi perché mai quell’aria sia frantumata in minuscole particelle fuligginose non gliel’ho mai chiesto – le strade le percorrevamo insieme, amici per un incontro che si sarebbe rivelato poi di grande importanza per far conoscere il racconto di quel tempo passato insieme.
Strade di gente e Carnevale, tra maschere e linguacce, nel vento che ti si schianta addosso, contro i coriandoli che non sono minuscole particelle fuligginose, ma ripiegano negli occhi e prudono; gomito a gomito con la polvere e i pezzi di cielo di quella stagione. E le labbra rosse dei pagliacci, il naso rosso dei pagliacci, e bambini dietro quelle maschere.
Sono tristi i pagliacci che ridono, e più quel sorriso è tirato e più la sofferenza è un racconto a denti stretti. Ci sono questi bambini che ti guardano con occhi veri che riposano umidi nell’incavo d’oriente, perché lo sguardo di un bambino che non sorride non è mai occidentale, bocche che ridono, di un sorriso teso fino alle orecchie, ma bocche vere che parlano: “Avete qualche spicciolo per favore? Abbiamo tanta fame…”.
Marco è amico mio, non si traveste mai, è un ragazzo piccolo e tarchiato e non gli basterebbe solo fidarsi del suo sarto, ma ha un cuore robusto e sensibile, è un cavallo forte dentro, quando corre nella vita, ma ne sente comunque il peso, perché non è mica da soma quel quadrupede. E sorride Marco a quella richiesta, un sorriso che non ha maschera, non è un pagliaccio fuori, ma è un cavallo sensibile dentro. Tira fuori qualche monetina, credo fossero due monete da un euro, dorate fuori e con un cuore argentato in mezzo, mi pare fossero proprio da un euro, nonostante la giornata di vento e di fumo negli occhi.
Tre bambini, tre piccoli pagliacci incontrati per le strade del mondo. Dio solo sa quanto fossero tristi quelle pupille umide, ed io e Marco adesso lo sapevamo pure; solo che vivere per noi è da sempre una realtà sociale, un social media, dedicato, uno scambio  di opinioni veloci, asciutte, nessun’altra strada percorsa dal vento e dalla nebbia, in uno sprazzo di tempo che s’infrange sul momento in cui bambini pagliacci dagli occhi tristi ti chiedono l’elemosina.
Ci sono monete e monete. Ci sono quelle che tintinnano, tin tin lungo, sempre più sottile, e il suono non muore mai se quel fondo è un pozzo di barattolo. E poi ci sono quelle che dormono subito non appena quel fondo è un sacchetto morbido di juta, marrone nature come gocce di terra e di pioggia. E il pagliaccetto dal sorriso tirato adesso ride anche con gli occhi, e s’accende di un nuovo colore per una frazione scomposta di felicità; ringrazia col capo e corre, saltella con gli altri due che gli lanciano dietro parole: “Quanti sono, quanti sono?”. E corrono insieme fino a scomparire nel vicoletto grigio di città, di quelli costretti tra umidi muri di pietra e muffa verde cobalto, come l’acqua quando riposa lungo le pareti.
Io e Marco passiamo davanti a quel vicolo, e macchiette lontane ci ricordano quei tre costumi dalle parrucche vere della miseria, che saltellano in coro per un momento appena di provvisoria felicità. Per così poco, ci diciamo, per così poco e per così poco tempo. E poi quei colori di clown svaniscono dietro la fine opposta della strada, e al loro posto appaiono attraversando sagome incolore, come la realtà quando non è mascherata: tre, quattro forse cinque uomini o forse donne, percorrono adesso quello spazio socchiuso tra le pareti, umidi muri di pietra e muffa verde cobalto che piangono sempre, perché piove per tutti ma per alcuni l’acqua è un abbraccio che non li lascia mai.
Come per un pagliaccetto dal sorriso mascherato e dagli occhi tristi, che saltella per una manciata di spiccioli, ma finiti quelli non rimane che un luccichio di miseria e lacrime ad annegare in occhi verde cobalto.
E Marco non è che riuscisse ad esprimere parole di estremo conforto in quelle occasioni, come per dire, sì, sono tristi i pagliacci che ridono, perché ce l’hanno impresso il sorriso, sempre una volta per tutte, come dopo un pugno che sfonda la realtà e la schiaccia sul viso, in lungo e in largo, fino alle estremità di un sorriso bislacco. Che poi anche nei film ci sono i sorrisi da clown che nascondono denti aguzzi e bianchi, di contrasto sul rosso rossetto che sbava.
L’unico modo per svelare la vita che si cela dietro una maschera di quelle fattezze, è rincorrere il tempo che scorre nell’attimo di quell’incontro, rovistando nelle proprie tasche per cedere allo spazio concessoti, con moneta sonante e luminosa, un gesto soltanto, che possa liberare quel fantomatico labbro dalla sorte sospesa di tendere al riso che si sfilaccia dentro.
Ma non si può salvare tutti i bambini del mondo dal destino immorale della fatica e della fame, e di certo non li si strappa da quella morsa sovrumana con lo stesso spirito con cui ci si riempie le mani di sabbia per costruire castelli per una stagione; ma di certo io e Marco abbiamo pensato che a vederne piangere tanti di bimbi, in giro per la città, si fa presto a dedurne la sofferenza, quando invece è un capriccio, o la smania per un balocco mancato, ciò che spinge quei goccioloni a segnare, su quei visetti tirati, la via per il trionfo sul cuore di mamma. Mentre invece ridono dentro, pagliaccetti tristi fuori, sghignazzano dentro, loro tutti tristi fuori.
E così io e Marco abbiamo deciso di voler riconoscere, da quel momento in poi, la gioia che si genera nelle giornate passate in un villaggio dell’Africa Centrale, percorrendo con gli occhi i volti dei bambini ritratti nel bel mezzo della guerra del Mali: una guerra tra fratelli che si nutre del niente e del male che l’insoddisfazione di quel niente provoca, della scarsa assistenza ai bimbi provati e denutriti, di quattrocentomila persone in fuga che si rifugiano e poi ritornano a essere sfollati, si rifugiano e ridiventano sfollati, in balia dell’esilio del dovunque.
Ricoverati in una piccola stanza sovraffollata, ci sono bambini che vivono in un reparto che non affaccia sui vicoletti della città, bambini neri come la fame come la notte come la torba quando è umida e s’accascia, che se ne stanno coi denti bianchi di latte bianchi di luce come la luce quando è notte; ma che se ne vanno ridendo a rincorrere barattoli, dietro il tling tlang sordo che fa la latta arrugginita quando scheggia i muretti rattoppati al sole.
Perchè ci sono pagliaccetti anche in Africa, che sorridono fuori, di un sorriso secco e stampato sotto l’elgida del rossetto d’Adfrica, sole che strappa il passo alle maree ma che non strucca dentro quelle piccole anime in pena, che piangono dentro, profondo.
Perché ridono davvero, con gli occhi e con il cuore. Marco mi ha detto però che non è sempre così, che a volte il trucco viene giù, come quando negli occhi del piccolo Omar ha visto la pioggia. Eppure Marco dovrebbe sapere che le finestre son fatte così: chiudono, ma non nascondono.   
Perché all’origine del pianto che non si spezza mai, ci sono nuvole di rabbia e di dolore che ti esplodono negli occhi. Ecco svelato il mistero, in un singhiozzo.

 
 
(da “Il Lametino” – Il racconto breve)

Di terra e di amore

I racconti e i giorni di “Molto dopo la mezzanotte” di Ines Pugliese

di Pasquale Allegro

 
“E… lei canta ancora / neppure il fragore del treno / la ferma”.
Avrebbe dovuto essere un’audace cicala la figura immortalata in questo verso, mentre la faccio mia per introdurre la personalità di un’eclettica scrittrice lametina, Ines Pugliese, irresistibilmente romantica in punta di poesia.
Tante le sue pubblicazioni, tanti i giudizi ricevuti; si ripresenta quest’anno con “Molto dopo la mezzanotte”, una serie di racconti dal sapore vagamente nostalgico, intervallati da poesie di una malinconia che tramortisce. In alcuni casi si profilano entrambe le atmosfere, come nel caso della sopracitata poesia Cicala,anima musicale che si ripercuote sdegnata sull’ansimante ricerca del sogno nel racconto Le cicale: “Il cielo era pieno di stelle, l’aria morbida piena di sospiri”; Ines Pugliese è in cerca della stella, luce a cui cantare. Così per non sentirsi più sola: “Nel canto che mi sgorga in gola / nella luce avara della notte” (Solitudine).
Certo sono notti, sono luci di luna e di stella, il ricorrere puntuale al proposito di un pensiero romantico, sempre accanto alla natura delle cose, perché il poeta canta spesso a quell’aurora sospesa sul mondo, perché “solo la luna / penetra coi suoi raggi / l’alfabeto sbiadito / e ricompone le parole”. E così, lo smacco della parola nella Pugliese si fa voce, si fa scoperta e rinascita, e  magari, rovistando tra le odi a quell’immenso splendore di alone e di cielo, riesce a vincere la sua corsa contro il tempo, che inesorabile si fa notte e silenzio, che ineluttabile sorprende il ticchettio della vita. Come nella Clessidra, nel verso che supera la sillaba muta – “un nodo in gola / toglie il respiro” -, così scorre a singhiozzi il sogno eterno della giovinezza.
E sempre più luna c’è nel Ritorno: “Legate a fili d’argento / stelle filanti / s’intrecciano alla luna”.E sempre ritorno c’è nel racconto di sé nel mondo, quando il profilo scomparso della persona a noi più cara, ci riposa accanto a rasserenarci con la sua presenza. Anche nelle ore più tristi, anche nelle ore più buie, anche in quella Gelida notte in cui Ines canta: “Cerco nella neve / bianche mani / da accarezzare”.
Ci sono narrazioni così straordinariamente semplici in questo libro che ti restituiscono intatta l’atmosfera dei vecchi racconti da caminetto, dal sapore dei mandarini sbucciati e dall’odore bruciacchiato di quelle scorze date in pasto al fuoco dei ricordi. A chi non hanno mai raccontato la storia di una sposa infelice, di un amore nascosto per sempre sotto il tabernacolo del cuore, di un matrimonio indigesto alla verità dei sentimenti, ma così necessario da accontentarsi di viverne un’immagine di ritorno appena abbozzata… Magari non si faceva chiamare Rosy, o Mariuzza “addormentata, ma, per sempre”  nell’abbraccio di un sogno che gli ha restituito immutato – come l’aveva lasciato immaginario – il suo prezioso Romeo.
Ines Pugliese è una ritrattista dei sentimenti e delle storie sotto il turacciolo dei dettagli, come si legge nel delicato racconto Il mio golfo: quadro minuzioso a strisce e colori del golfo di Lamezia a forma di conchiglia, in cui “la natura racconta il suo tormento”,stretta tra il destino della bellezza e la postilla disperata di una cartolina di plastica e barattoli tra le onde.
Sono pagine di donna, omaggio ad una terra che consegna al vento ricordi e granelli: sferzano il viso e graffiano il cuore, come un invito a nozze per un amore perduto.
 
 
da “Il Lametino” n.193, novembre 2012

Soffice sarà

 
di Pasquale Allegro

Un tempo mi chiamavi amore. Cosa fare dei ricordi se un amore finito può anche ritornare.


Soffice sarà.
La neve, dal cielo, il mare, il ricordo morbido di te. Cosa starai facendo ora? Sei scomparsa come la nuvoletta da fumetto, vaporosa e silente. È svaporato il tuo ricordo. Soffice sarà. Come la nuvoletta di cotone sul presepe improvvisato dell’ultimo Natale.

Eppure hai sempre detto ti amo, “così come sei, non cambiare una virgola di te”. Forse non avevi considerato che in seguito il dolore della tua dipartita mi avrebbe cambiato. Sono un portento, improvvido in materia non sono riuscito a trattenerti. Perché mai non trasformi quell’uscio in un’entrata gloriosa, e così portarmi a riconsiderare il volto dell’amore plasmato sulle tue sembianze…
 Dicesti: “Vado via, e tu sai il perché”. Io sono rimasto fermo, immobile, alla ricerca di un senso, nessuna risposta, nessuna deroga. Solo la responsabilità di non averti più mia.
Il tuo numero di telefono non t’appartiene più, non appartiene neanche a me. Dove sarai ora, in questo momento? È mai possibile tu abbia preso una decisione così definitiva, per sempre come l’amore quando c’è… Che io ricordi, tu non sei mai stata una donna decisa e risoluta. Che razza di rappresentazione dai del tuo essere, con una tale infedeltà ad esso?
Sei tornata tante altre volte, anche quando andavi su tutte le furie perché ricevevo spesso delle telefonate dalle colleghe. Che fossero avvenenti o no, a te non importava sapere come avessero la bocca o l’intenzione: ero in tuo possesso, ti appartenevo, come fossi un grembo senza sole e senza raccolto.
Quest’autunno raccogliere le foglie nel giardino è stato molto più faticoso. Sembrava di rivederti tra i coriandoli della natura; pioveva come fosse per l’ultima volta, freddo come fosse per sempre. La panchetta di legno aveva un colore più opaco, come solo il faggio può improvvisare. Dove stavi seduta tra le mie braccia, ho lasciato gongolare il nanetto di ceramica come un bozzetto della tua presenza. Mi pare fosse Pisolo, il preferito, ora sta lì ad indagare gli assenti.
Dovunque era autunno, anche nel cuore. Cascavano le arterie, irrompevano i silenzi. Con chi avrei potuto comunque chiacchierare? Con chi passerotto non pensa a te, ma ogni giorno s’appresta alla sua languida cantilena? Canticchiavi anche tu. Sotto la doccia, sotto la pioggia, sotto l’ombrello a sussurrare la fretta del riparo.
E pensavamo ad avere un bambino, tutto nostro. Dicevi “sto bene con te, possiamo diventare una famiglia”, mentre lo scettico dovevo farlo io. “Non pensi che al lavoro, sempre e soltanto al lavoro”, e andavi su tutte le furie, e mi tenevi il broncio, per giorni interi. Dedicarsi anima e cuore ad una parte altra da me: una pazzia. Eppure quanto vorrei adesso… una mia estensione, per starti accanto… identico a me. E tu soffrivi della mia mancata sensibilità. Bisbigliavi una preghiera, forse il desiderio di sospirare via da me. Dovrei riconsiderare gli angeli, che pare vivino accanto alle persone straordinarie, ne conoscono le inquietudini e le intenzioni, intercedono per loro, anche se poi non cascano come quelli spiattellati al suolo.
C’è un gattino accovacciato sul davanzale della finestra di fronte. Un gomitolo di pelo appena, una ciambella abbandonata, soffice tra le dita, come la tua assenza che mi rimprovera di non aver mai avuto un pensiero così tenero. Un gatto rimaneva un gatto, bestia ruffiana e perniciosa. La tua assenza è come lo sgomento davanti alla banalità, alla gentile inclinazione, alla metafora. Avrei dovuto essere un cavaliere e combattere il drago, invece di sputare fuoco, abitudinario incompetente emotivo; avrei dovuto intenerire la mia dama con un pensiero e uno sguardo, un omaggio di farfalla o un sussurro di meraviglia. Davanti a un gatto, soffice sarà.
Ho telefonato a tua madre. Lei è sempre così gentile, sa che soffro anche se non gliel’ho mai detto. Lei cerca sempre di consolarmi, “non ci pensare” e mi fa una carezza, come fosse semplice. Mi crogiolo ancora dentro labirinti d’idee, con la speranza di trovare il bandolo, sapendo che dall’altra parte del filo non ti troverò più.
Lavoro sodo, lavoro giorno e notte. Lavoro al mio romanzo, in balia di tutto non riesco proprio a terminarlo. Sono poco ispirato. Uno scrittore ostaggio della retorica, marketing di pura bellezza. L’impegno dovrà premiarmi comunque, almeno per un calcolo di sensazioni e di emozioni: lo posso fare, posso catalogarli, altrimenti dovrei pensare alla mia vita come ad un contenitore in attesa di essere riempito solo e soltanto di te. Perdonami ma questo proprio non posso concedertelo, più che altro non posso permettermelo, ché le mie tasche s’inebriano del tintinnio e se ne infischiano dei sussulti del cuore. Questo mio piccolo motore non riesco proprio a preservarlo dal dolore, non riesco proprio a riservargli un posto riservato all’oblio e alla rigenerazione.
  È dura. Non è soffice per niente. Situazioni di solitaria condizione. Un giorno t’incontrai, un giorno m’abbandonasti. Il tempo non fa che da sfondo impassibile e tiranno, dentro un fiume di momenti mai uguale.
Era aprile, mite e caldo, e tu passeggiavi come stessi cercando la primavera. Una lunga passeggiata fianco a fianco il viale alberato che attraversa il centro, ed io con lo sguardo ti seguivo già. Certo non avrei mai pensato poi di ritrovarti a fare la stessa fila alla segreteria dell’Università. Matricoletta ingenua e capestrata, tracolla penzolante, imbrattata di tenue rimmel, increspata fin nelle radici dei capelli dell’umidità di stagione. Mi guardasti come riconoscendomi, rivedendoci avevamo avuto entrambi conferma di essere predestinati. Una monetina, e quasi ci davamo una zuccata, l’abbiamo raccolta insieme. Che fine ha fatto quel ricordo? Esiste veramente un irriverente mutamento interiore nel corso della nostra esistenza? Mi dicesti “grazie”, ti risposi “figurati, è un piacere”. Ma si può essere così formali e banali? Poi ti confessai che avrei voluto dirti “è un piacere, ti amo e vorrei conoscere il tuo nome”, ma tu mi guardasti in profondità, ed io sentivo gli occhi come incapaci di trattenere l’implosione, ero come trafitto da un’insolita solerzia emotiva, mi entrasti dentro fin d’allora e ancora non ne sei uscita, anche adesso che non vuoi nemmeno farmi sapere che fine hai fatto.
Il senso di colpa sputacchia fuori un lungo elenco di motivazioni, tutte assurde, ma così efficaci nel piegarmi alla desolazione. Non ho voluto darti il mio tempo, il mio spazio, un figlio, me stesso. Un amore parziale era per te un amo senza re, un gioco all’abbocco in cui un’unione malsana non concepiva che sesso e cucina. Ti ho sposata, come si sposa una donna felice, ti ho restituita al mondo insoddisfatta, perché io ero il tuo mondo. Hai forse dimenticato di come io possa amarti? Sì, certo, sono io che l’ho scordato, esaltato stacanovista autoreferenziale. “Io lavoro dunque sono”, sboccasti esilarante parafrasando Renè, “cosa vuoi che faccia, dobbiamo pur vivere no?” “Appunto, io non vivo più”. Sei poi scomparsa. Ed io non vivo più adesso.
Che sia stata questa forma di malessere che ti ha spinto a lasciarmi in un baratro di impegni? In una sorta di transfer, hai percepito la mia ricca vita professionale come un vademecum impietoso nei tuoi riguardi? Che si tratti di teorie psicologiche d’accatto o no, credo possibile tu abbia visto in me un conquistatore, e mi abbia così voluto punire espropriandomi dell’amore che, te lo concedo, per distrazione avevo accantonato in un recondito e fragilissimo antro in mezzo alle mie priorità.
Ma non lasciarmi da solo nell’ultimo inverno, torna a vivermi come fossi per sempre tuo, che quel letto soffice sarà.

(da “Il Lametino”, il racconto breve)