Verità

Il cielo sbuffa il cielo
mentre mi avvicino alla finestra
con ampie boccate d’aria
cattura tutto intorno
la visone deformata della nebbia.

È un’ampia risposta
alla verità che rimane nascosta
ai sapienti
e ai giorni d’estate.

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La parte blanca que me debes

Marcela Filippi ha tradotto la mia poesia “La parte bianca che mi devi” e non ha trattenuto la sua sensibilità ed eleganza di artista leggera e fiera.

La parte bianca che mi devi/La parte blanca que me debes
(trad. Marcela Filippi)

Foglio sporco tu ridi di me.
La luce blu delle macchie d’inchiostro
– lo spazio vuoto tra le nostre facce –
è un sussurro, un attimo solo
della notte prima.

Le storie poggiate sulle pagine
– c’è quasi quasi sempre una macchia nera –
raccontano una buona parte di te,
del tempo della crisalide e della farfalla.

Foglio sporco, ridi pure di me.
Ma in tutte le cose che so fare
– spostare un sasso,
rimanere orfano di questa voce –
non sono più solo;
in fondo mi basta un fruscio
per adombrare il silenzio.

Ma che uso ne faccio del sole
– la nebbia che si vede al mattino
presto scompare –
se nell’ombra di un piede sinistro
rinchiudo insetti e lucertole per sentirmi vivo,
se non faccio in tempo a contare
i miei passi là fuori
i sospiri del mare in una conchiglia.

Foglio sporco,
sopra di noi la luna
è la parte bianca che mi devi,
prima che le colline piangano senza canto,
e i pesci cambino respiro
– senza branchie né poesia.

Hoja sucia te ríes de mí.
La luz azul de las manchas de tinta.
– el espacio vacío entre nuestras caras –
es un susurro, solo un instante
de la noche anterior.

Las historias apoyadas en las páginas
– casi siempre hay una mancha negra –
dan a conocer una buena parte de ti,
del tiempo de la crisálida y de la mariposa.

Hoja sucia, ríete bien de mí.
Pero en todas las cosas que sé hacer
– mover una piedra,
quedar huérfano de esta voz –
ya no estoy solo;
al final, me basta un murmullo.
para ensombrecer el silencio.

¿Pero qué uso hago del sol
– la niebla que se ve en la mañana
pronto desaparece –
si a la sombra de un pie izquierdo
aprisiono insectos y lagartijas para sentirme vivo,
si no logro contar
mis pasos ahí afuera
los suspiros del mar en una concha?

Hoja sucia,
sobre nosotros la luna
es la parte blanca que me debes,
antes de que las colinas lloren sin canto,
y los peces cambien respiración
– sin agallas ni poesía.

Per lettera

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È così che inizierei un testo epistolare, “ora sono costretto a inventarti”, mi ricorderei di quello scambio di parole che si arrende all’urgenza di conoscersi, per coprire lettera dopo lettera la mancanza della voce.
Scritto con eleganza, “Per lettera” di Iselin C. Hermann racconta l’amore inteso come ossessione involontaria, nel flusso denso della forma epistolare, in cui i due protagonisti si immaginano e non esistono fuori da quell’istante da custodire, persino le farfalle vivono di più e popolano la letteratura.

La voce della Calabria: un’intervista

4

In questa intervista che ho rilasciato al poeta Pablo Paolo Peretti per la rubrica di poesia della Società Dante Alighieri di Copenaghen, ho avuto la possibilità di parlare di scrittura, di libri, ne ho buttato dalla torre alcuni e ne ho salvati altri, di quello che significa per me la poesia e vivere poeticamente questo mondo, la mia umile visione delle cose.

1) I tuoi maestri. La tua ispirazione. Che libri consiglieresti a quelli che si avvicinano alla poesia?
I miei maestri dici… Io mi sono innamorato della poesia dopo essere passato dalla lettura degli aforismi – il fascino dietro poche parole che significavano un mondo – che spulciavo sulle riviste di cruciverba in casa di mio nonno, ai libri che prendevo in lettura dalla biblioteca della scuola, primo fra tutti I fiori del male di Baudelaire – ricordo ancora la raccomandazione della professoressa perché non mi lasciassi influenzare –, da lì mi sono avvicinato al Simbolismo francese, la realtà desideravo intuirla con la poesia di Mallarmé, Verlaine e Rimbaud. Poi con la maturità ho approfondito poesia più vicina al nostro tempo, Vittorio Sereni, Mario Luzi, Giorgio Caproni, Armanda Guiducci, Maria Luisa Spaziani, folgorato dalla Szymborska, oggi rapito dalle parole delicate e scalfenti di Pierluigi Cappello. E tanti altri, maestri vecchi e nuovi, in mezzo a questo percorso di eterno apprendimento. Consiglierei a coloro i quali desiderano avvicinarsi alla poesia un loro contemporaneo, così per non sentire il firmamento o l’inferno che si canta come qualcosa di troppo distante, che so, Azzurro elementare di Cappello o Le cavie di Magrelli, per offrire loro una finestra familiare da cui osservare il mondo.

2) Cosa significa essere poeta e la poesia per te?
Cosa sia la poesia, è qualcosa che mi domando da sempre. E vuoi vedere che la poesia non è altro che questo interrogarsi? Là dove la filosofia alza le mani in segno di resa perché deve dispiegare il concetto e arranca nello smacco della speculazione, la poesia entra in punta di piedi, si trastulla con lo sgomento, è un po’ il suo gioco, riportare il mondo a uno stato di meraviglia, per farne quello che l’esperienza e la vita faticano a elaborare, percependo su un altro piano le ferite, le gioie, i ricordi restituendone bellezza. Un percorso di svelamento.
Essere un poeta è trattenere questo segreto, il fatto che un verso minuscolo possa rimandare a un intreccio universale, proprio come il baco che dà il titolo alla mia raccolta, esserino fragile che custodisce il segreto della seta. E comunque hai formulato bene la domanda, presuppone che poeta si è e non lo si faccia, ci si scopre di non essere perfetti, non si conoscono i nomi delle cose ma si conoscono le parole per definirle: il poeta vive poeticamente questo mondo ma non gli appartiene, il suo mondo dipende dalle sue parole.

3) Cosa ne pensi dei quasi 4 milioni di poeti italiani che scrivono poesia e si sentono poeti arrivati non aspettando il giudizio di esperti e critici di tale arte?
Si continua a scrivere tanta poesia, ma c’è un equivoco di fondo, si è creata confusione tra brevità e poesia, tra il semplice verseggiare e andare a capo e poesia, e tutti la temono (si legge poco e ha un mercato, tolti i grossi nomi e i classici, pressoché inesistente) ma tutti vi si prestono. È un paradosso.
L’avvento dei social e della brevità dei post e del citazionismo a buon mercato ha poi portato all’esasperazione questo percorso, in qualche modo la poesia è diventata strumento per riportare equilibrio – e questo ha anche una certa logica, giustizia è fatta – tra scrittori e non scrittori, entrambe le categorie possono così parlare d’amore, senza alcuna differenza tra chi crea e chi fabbrica. E in mancanza di un passaggio critico e in nome di una tanto sventagliata libertà di pensiero si è arrivati allo spreco di pubblicazioni. Credo comunque che su ognuno di queste ci sia impressa una data di scadenza, forse a caratteri piccoli ma c’è, in quanto prodotti, con il peso di tutte le illusioni addosso. Perché passare al vaglio di una critica seria significa superare la notte.

4) La poesia è stata rivalutata o è ancora una lettura d’élite; solo per pochi?
Nonostante il paradosso di cui ti ho accennato prima, sviluppo dei social uguale a post poetici a tutto spiano, la poesia rimane un luogo attraversato da tutti ma accessibile a pochi, d’altronde la vera poesia è una sosta nell’ombra, un rifugio per pochi, il posto delle fragole in cui resiste il prodigio della bellezza pura, ma in uno schianto. Comprendi allora che c’è bisogno di eroi, soprattutto oggi che c’è tanto bisogno di bellezza, di movimenti di rottura qual è la poesia, perché essa ti dice fermati e approfondisci questa metafora, regalati questa immagine e si allargherà intorno alla tua mente, crea ponti con un mondo che hai dentro. Oggi la poesia serve anche per restare umani, perché ripariamo nella lentezza della composizione, nell’empatia delle sensazioni, nell’umano levigare artistico, la poesia è dello scultore non di chi monta i pezzi dei sentimenti come con un comodino dell’Ikea. La poesia è uno scavo non è un nostro dettaglio allo specchio.

 5) Hai qualche poeta dei social (tipo FB) che ti ha in qualche maniera influenzato, piaciuto e che hai acquistato? Perché?
I social mi hanno offerto la possibilità di conoscere tanti autori interessanti e diverse realtà della critica e dell’editoria, sono luoghi fondamentali per attingere alla conoscenza immediata e filtrata – in qualche modo gli algoritmi ci aiutano – del nostro mondo di riferimento. Ho conosciuto la casa editrice Controluna con cui ho pubblicato, alla quale sono arrivato tramite Michele Caccamo (l’editore, importante poeta contemporaneo) e la sua opera (La meccanica del pane, raccolta che consiglio, per la ricerca della parole, i versi estesi a mostrare la dimensione della temerarietà e della fuga), l’editor Paolo Castronuovo, la rete di autori di cui fai parte anche tu, e poi ancora i poeti Miro Gabriele, François Nédel Atèrre, Gabriele Galloni, Eleonora Rimolo e Melania Panico, narratori importanti come Crocifisso Dentello, Ivano Porpora e Gabriele Dadati, amiche ritrovate diventate nel frattempo grandi scrittrici come Nadia Terranova. Ma sono tantissimi i nomi, questi sono i primi che mi sono venuti in mente. La rete ci ha permesso di superare distanze geografiche e sociali, di essere spettatori partecipanti – un ossimoro tutto moderno.
Riguardo agli acquisti, beh io compro tanti libri, mi aggiro furtivo tra i mercatini dell’usato e faccio incetta, e ora una interminabile pila di libri ancora da leggere mi impedisce di acquistare più spesso nuove uscite. Dalle conoscenze social ricordo l’acquisto di Sorvegliato dai fantasmi di Dadati, un valido scrittore che lavora da anni nell’editoria, e che in questi racconti di amore e di solitudine (chi è che scrivendo non si trascina dentro questi spiragli?) rivela una maniera tutta sua di inscenare la felicità che si ritrae. 

6) È più facile scrivere poesia o narrativa?
La voce è quella, cambia il passo e il percorso. Dopo l’esordio con il romanzo sono tornato al mio luogo di sempre, alla poesia, da dove tutto è partito, e chi ha avuto modo di leggere la narrativa di Collezioni di cielo si sarà accorto dello stesso sguardo adottato sulle persone e le cose, tutto sembra incontrarsi qui, nelle parole e nel linguaggio che dietro quello sguardo domandano di essere usati.
La poesia è un lieve interrompersi del lungo raccontare di sé che rappresenta invece la narrativa, la poesia parla per stralci, strappi e illuminazioni. Con la poesia non prendi vie di fuga, ti metti a nudo, con la narrativa mascheri, quello che desideri, nuove visioni del mondo e quello che temi, l’utopia e la distopia. Con la poesia il poeta rimane immerso nel suo destino, mostra l’anima, ma si badi bene, è pur sempre un poeta, un passaparola artistico, la poesia succede nell’arte, e allora ti dirà e non ti dirà, parlerà anche nello spazio tra le parole, in quella brevità che è tipica del verso e che lascia al lettore costruire tutto intorno. Ecco, la narrativa, soprattutto la narrazione di storie, ti può lasciare entrare nei mondi, ma la poesia può farti compiere il viaggio. 

7) Il gioco della torre… tre libri da gettare e tre da salvare. Quali e perché?
Non amo lasciarmi andare a critiche impietose su quello che non mi piace, sono abbastanza conciliante, almeno pubblicamente, ma tranquillo mi presto al gioco. Ovviamente prendo in considerazione le pubblicazioni più recenti altrimenti dovrei sciorinare i vari Dostoevskij Calvino Montale Mauriac Wiesel eccetera e questa torre verrebbe giù dal troppo peso.
In caduta libera: Milk and honey, la raccolta di poesie di Rupi Kaur, nota per il successo che i suoi versi hanno riscosso su Instagram, temi delicati quali la violenza sulle donne, ma trattati con leggerezza formale spacciata per espressività empatica e distacco, e la sensazione è che il personaggio sia arrivato prima dell’opera; Dimmi che credi al destino di Luca Bianchini, abbandonato alla ventesima pagina, una romantica favola moderna sui sogni e sul destino in cui ho trovato una chiarezza di fondo che mi ha sfiancato, la storia reggeva pure, ma non sentivo occupare dentro di me la vita che andava raccontando;  Senza sangue di Alessandro Baricco (e ne avrei citato un altro paio, peccato, sono cresciuto lettore di Castelli di rabbia e Oceano mare), in cui vabbè la scrittura scivola via ma l’anima del racconto si perde in un mosaico di emozioni cesellate nel punto giusto, fin troppo, anche la morte arriva al momento giusto, e poi con quella maniera tutta sua di interrogarsi e di spiegarsi che non riesce a nascondere più.
Tratti in salvo: Il cielo comincia dal basso di Sonia Serazzi, una voce poetica avvezza al racconto, una scrittura perfetta per farci accettare una cosa difettosa quale è la realtà, il Sud, c’è il sole ovunque anche nei piccoli dettagli, in un sorso di terra e in uno scorcio di cielo, aggiunge poesia qua e là in ricordi malinconici che ci costringono a tornare in dei posti che non abbiamo mai conosciuto; Folli i miei passi di Christian Bobin, romanzo dall’atmosfera sognante, il racconto di una ragazza attraverso la sua vita, dall’infanzia nel circo al suo cammino di crescita sempre in marcia verso l’essere semplicemente lei, fino a comprendere il male dentro, e il modo leggiadro di far camminare le parole di Bobin restituisce della storia un quadro sospeso appena al di sotto del cielo; Un altare per la madre di Ferdinando Camon, il racconto sublime e sofferto che l’autore fa della madre, un ricordo che il padre desidera fermare in un altare fatto di pietra e di memoria, una preghiera davanti alla morte come gesto perenne di rinascita, cura per un cuore smarrito, perché un altare è un cimelio che mantiene le promesse, non ti abbandona, è testimonianza.

8) “Il peggior nemico di un poeta è un poeta”… scriveva Rimbaud… sei d’accordo?
Non so cosa volesse dire, che forse i poeti si nutrono di un ego smisurato e la stanza è troppo piccola per contenere anche gli altri? O che solo un suo simile avrebbe potuto smascherare la sua dichiarazione di intenti e dimostrare quanto amasse guardare la vita e trovarvisi dentro nonostante la sua stagione all’inferno?
Ma so che essere poeta poteva essere la cosa peggiore come la migliore che gli potesse accadere. Una benedizione e una maledizione insieme, per chi passa i giorni a cercare di dimostrare la piccolezza della morte e non sapere a chi raccontarlo. Ecco, difficilmente il poeta detta la vita, difficilmente si abbandona a un insegnamento, si perderebbe negli altri, desidera invece procedere all’incontrario, solo perché gli va, insiste nel vivere di parole, ama cedere alla facile tentazione di rassegnarsi, per poter essere perennemente in cerca di un modo per riparare, poi perdersi e ritrovarsi ancora.

9) Cosa detesti in una poesia che leggi?
Detesto il suo camminare sul filo ambiguo della semplicità/banalità, il suo approcciarsi alla realtà a un palmo di naso, senza finzione e senza esasperare i rimandi che necessariamente dovrebbe tirare fuori, che lascia cadere l’ambiguità con calma esasperante, come per dire la foglia è la foglia è inutile che la soffi verso l’alto; d’altro canto detesto l’espressività fuori controllo dove restano impigliati il senso e l’ascolto, quella serietà solenne della ricerca, fatta di parole ricercate appunto, parole di granito ma distanti dall’energia vitale; e ancora detesto quella che decide di lottare per strada con convinzione senza nostalgia, che stringe un patto con la politica e urla slogan e non sussurra che invece la poesia è, sì, legata all’istinto della ribellione, ma dentro il destino inerme del sogno. 

10) Hai l’occasione di andare a cena con un tuo poeta preferito (o più poeti) vivente oppure trapassato. Chi sceglieresti e perché?
Salvatore Quasimodo, per chiedergli, facendomi piccolo piccolo, come diamine ha fatto a scrivere Ed è subito sera, la bellezza e la potenza in quei pochi versi, pieni, senza grovigli, la felicità provvisoria accatastata ed esposta con quella voce unica che raggiunge, ovunque esso sia, il centro dell’esistenza.
A Charles Baudelaire confesserei che la prof aveva ragione, ma io non è che abbia seguito i suoi consigli, qualche paradiso artificiale ho voluto attraversarlo anch’io, e c’è stato un periodo in cui ho pure giocato a fare il dandy – non tragicamente affettato come lo era lui – e brinderemmo con le vin des amants o un cicchetto d’assenzio, oggi per me possibilmente annacquato.
E poi a Pierluigi Cappello direi che mi dispiace tanto averlo conosciuto tardi, dopo un anno dalla sua morte, e che non è giusto vedere la poesia oggi monca dei suoi giorni.

Clicca qui per leggere l’intervista direttamente dal sito della Dante Alighieri Copenaghen

I nomi per chiamare ogni cosa

Dobbiamo tornare a cercare i nomi per chiamare ogni cosa, uno per chi ci passa accanto e un altro per chi resta, parole che già esistono per farci bastare pure l’aria, non servono parole nuove ma serve inceppare il linguaggio macchina dello zero e uno, per il quale ogni sguardo sulle cose sembra definitivo e si pronunciano i nomi del mondo come avessero un prezzo. Ma come le chiamiamo le cose che ci  sostengono invisibili? I poeti ci hanno insegnato il rumore della pioggia, restituito poesia ai punti in cui le gocce sulla finestra bussano e scivolano via.

Nessuno passerà da queste parti

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foto Stefania Tramonte

Vuoi fuggire dalla città, possiamo andare, qualche parola più in là e tra queste foglie troverai la poesia e il sole, è un’inspiegabile attrazione, la voce della natura ti raggiunge ed esplora la tua mente, i tuoi abiti, si sofferma sulla pelle, ti verrà voglia di non ripararti più la prossima volta che arriverà la pioggia.
Vedi, scompare la città, hai chiuso la porta alle tue spalle e ora corri via, ma senza alcuna fretta, lungo la superficie verde, apri un varco nuovo dove ha ripreso a sgocciolare il tuo passaggio – è arrivata la pioggia – ma qui lasci tracce, nessuno passerà da queste parti.