Come una poesia un fiore

Agire attraverso la parola. Nessun parola in me avrebbe potuto essere scritta e pubblicata se non per agire attraverso di essa, e non per sollecitare azioni – i militanti liberano e feriscono, i poeti abbracciano come ritraendo la miseria –, poi tanto il mondo non progredisce, sopravvive intorno a noi, a noi attecchiti con gli occhi puntati al cielo, per una somiglianza incredibile tra una poesia e un fiore.

Sempre sul punto di sognare

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L’arte del sogno, Michel Gondry

Pensavo al fascino delle visioni di Michel Gondry, dopo l’arte del sogno e la schiuma dei giorni sto ad acchiappare film, andare in fondo a ciò che esiste è il modo che abbiamo trovato noi umani per avere l’illusione di non lasciarci sfuggire il tempo, il posto sul divano intatto e le stesse imperfezioni di sempre, ma come se tutto il senso della vita non passasse dagli occhi ma dall’immaginazione, stare sempre sul punto di sognare, fare cose che non servono a niente ma in cui davvero abbiamo saputo essere vivi.

Io dico che la poesia

Sempre in fissa con le parole, ma che brutta “procedere” per dire una cosa che ci unisce e poi andiamo, ci vuole un ultimo ritocco, magari distenderci senza parole, perché, per dire, “provvedere” è una parola che ricorda solo il tempo che si impiega a essere felici; e quando non fa giorno e i passi sfuggono e i discorsi si fanno assoluti? Io dico che la poesia è un modo di rimanere in silenzio ma anche di cadere a terra in un tonfo, e tu rispondi che solo la poesia può dire parole che sfuggono alla voce, e allora silenzio, che qui si sente volare qualcuno.

Di noi cattolici che scriviamo

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La fatica che facciamo noi cattolici, e noi cattolici che scriviamo, dentro una grammatica di mondo che parla distante dal cielo, ore e ore a sentirci fragili alla ricerca di un motivo, uno solo, per credere nella vita solo perché si crede nel suo creatore, alla ricerca di parole capaci di convincerci che ancora esiste, ribadire un’esistenza, come se nascesse ogni volta, capite bene, il Natale, però vallo a spiegare che il sempre nuovo è  l’eterno, con parole che ad altri sembrano leggere e per noi pesano così tanto che a partire da quelle ci diamo un corpo. E siamo stanchi eppure pronti per altre notti così, sulla vecchia strada di sempre, così dicono che non possiamo che essere conservatori, ma la verità è che le parole non le inventiamo, né io né voi né nessun altro, le riconsegniamo. La sola certezza è che nulla potrà ferirci abbastanza quanto l’ombra, tutto il resto è grazia, e la vogliamo per sempre e saprà di poco.
Sappiamo che i nostri scritti restituiscono, senza mai esitare, la malinconia del cielo, non è filosofia del corpo, la crudeltà che t’addossa la vita di avere una vita sola. Mentre c’è un istante in cui l’uomo che indossiamo ha bisogno di quella malinconia, quando egli comprende il momento della distanza, mentre prima le presenze intorno resistevano alla lontananza, indifferenti alla pioggia, tra il vetro e l’abisso senza pari del piacere.

Ci sono molti modi di amare, e il nostro è questo, noi torniamo a casa tutte le volte.

C’è uno spazio troppo grande tra gli scrittori cattolici e il cielo, per il solo fatto di darlo per esistente perché lontano, impossibilitati a racchiuderlo tra le righe di un copione dell’umanità, quello delle idee sciolte, delle catastrofi postmoderne, il sudore, le lacrime, gli istanti, l’euforia politica. Ed è a quel punto, solo a quel punto, che noi cattolici, e noi cattolici che scriviamo, facciamo promesse di amore eterno, quando arriva il coraggio di sostare lontani ma con il corpo, che non resta mai fuori, un martirio grande nella necessità della ricerca, con le ferite che non passano e si vuole che sia diverso, che ci sia un ritorno: ci sono molti modi di amare, e il nostro è questo, dovete capirlo, noi torniamo a casa tutte le volte.
È il dolore a stringere i nodi, e noi davanti ad esso pare siamo capaci di unirci nell’equilibrio della scrittura, nella fuga tremula della parola che salva, fatti di una pasta che è desiderio di essere scrittura, è il nostro modo di dirci amati, quello di tornare al verbo e accettare sin dall’inizio che un giorno avremmo perdonato il tempo, la carne, la poesia del mondo.

La portata dei sogni

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Il mio romanzo di esordio “Collezioni di cielo” è stato riedito da Il seme bianco, casa editrice che ringrazio per aver creduto che questo libro sia in grado di sostenere un profondo sforzo di rinascita, un viaggio ancora lungo davanti, soprattutto per come va a disporsi attorno ad alcuni punti luminosi, che magari a pochi sono riuscito a indicare, ma vi basti la caparbietà di non lasciarlo andare, anche i libri vanno salvati, hanno voglia di vivere per sempre.
Per esigenze editoriali è stato cambiato il titolo nel più evocativo “La portata dei sogni” e questa è la copertina, e per l’occasione il testo è stato rivisto intervenendo giusto su qualche piccola imprecisione qua e là. Il libro si trova sul sito della casa editrice, sui principali bookstore online e ordinabile presso qualsiasi libreria.
È più vivo che mai e spero siano ancora in tanti a poterlo apprezzare.

La farfalla che vive poco

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foto P. Allegro

Qui intorno anche i poeti sono preoccupati, parlano di tutto, ma la poesia non ha attributi, non accanto almeno, non si impegna, non si aziona, non sa quello che dice, sa che la vita vale molto poco, un viaggio nient’altro, guarda alla vita come un bambino a un giocattolo, se ne infischia del mondo, si interessa soltanto di scavare meglio non per la verità ma per nascondere, non denuncia un bel niente, nessun rigurgito civico, smette di avere ragione come la farfalla che vive poco.